La storia del giudice che adotta i bimbi del quartiere

La storia del giudice che adotta i bimbi del quartiere

4 Aprile 2019 0 Di il Cosmo

di Sabrina Falanga –

L’angoscia inizia a impossessarsi di tutti i tuoi attimi quotidiani. Percepisci un indescrivibile vuoto tra lo stomaco e il cuore, la divisione dell’anima tra la voglia di lasciarsi andare e quella di trovare, comunque, un modo per reagire. Per reagire al dolore, alla sensazione di aver perso il senso di ogni cosa.

Il silenzio. Era questo a uccidere la sua volontà di vivere, che ha confesato di aver a un certo punto perso. Dopo aver perso la moglie, un anziano vedovo ha dovuto trovare una nuova ragione alla sua esistenza. La solitudine iniziava a essere insopportabile.

Ritrovare la gioia

Keith Davidson, 94 anni, l’antidoto al suo dolore l’ha trovato. E l’ha trovato in un mondo a cui non è possibile paragonare nessun altro tipo di vita: quello dei bambini.

L’uomo, un giudice in pensione, ha voluto costruire una grande piscina nel giardino della sua casa di Morris – in Minnesota – per accogliere tutti i piccoli del quartiere. Aveva bisogno, ha raccontato, di una dimostrazione che esistesse ancora la felicità e nulla più delle risate dei bambini poteva confermarglielo. Rumori, grida ai limiti del caos: a casa di Keith non solo non sono vietati, ma sono anche necessari.

Il diritto a non pensare

“Non avete idea di cosa si provi. Si piange tanto” ha raccontato Keith ai numerosi media che si sono interessati al suo caso. “Non avete idea di cosa si provi”, con tutto il diritto che un uomo può prendersi di credere che il suo dolore sia unico nel suo genere e più forte di qualunque altro male. Evy è morta a pochi giorni dal loro 66imo anniversario di nozze e nonostante a Keith siano rimasti i loro figli, non hanno nipoti.

Un giorno un vicino di casa gli ha detto che avrebbe dovuto adottare tutti i bambini del vicinato, che forse così avrebbe sentito meno la solitudine: una battuta, forse fatta anche con leggerezza, che Keith ha preso sul serio e che ne ha fatto ispirazione e illuminazione. È nata da lì l’idea della piscina: “Sapevo che sarebbero venuti! Lo sapevo”, da sempre ne è stato convinto.

Oggi decine e decine di bambini, del quartiere e di tutto il resto del territorio, frequentano la casa di Keith, in compagnia dei loro genitori o sorvegliati dall’occhio amorevole dell’anziano: “Ora non me ne sto più da solo a guardare il muro – ha raccontato -, mi sono preso il diritto di non pensare. E l’ho fatto grazie a questi bambini, che ogni giorno riempiono la mia vita”.