Luci a San Siro e le altre ombre delle infrastrutture sportive italiane

di Deborah Villarboito –

Nel fermento dell’ipotesi che le luci a San Siro possano spegnersi per sempre, viene da riflettere sulla situazione delle infrastrutture italiane. «I soldi che entrano nelle squadre, ne deteminano anche i risultati sportivi – ha dichiarato il presidente del Milan Paolo Scaroni – le sponsorizzazioni sono importanti e derivano dai risultati sia economici sia sportivi, ciò è strettamente legato allo stato dello stadio. C’è un divario con l’estero». Gli fa eco anche il presidente della Juventus Manuel Agnelli: «Lo stadio di una squadra non deve essere obsoleto, anche se storico. Il telespettatore vuole vedere gli impianti sportivi in ottime condizioni, poiché fa parte dello spettacolo. Anche il dimensionamento dello stadio stesso e fondamentale».

Secondo uno studio realizzato dall’Osservatorio del Politecnico di Milano le strutture sportive italiane oggi hanno necessità di essere riqualificate e in linea con gli standard europei. L’età media degli impianti italiani, infatti, è di 64 anni per la serie A e ben 68 per la serie B. Ma il dato più significativo è quello relativo agli investimenti: negli ultimi 10 anni, a livello di Paese, sono stati spesi nella ristrutturazione e costruzione di nuovi impianti solo 150 milioni di euro, contro i 15 miliardi di euro investiti a livello europeo. Se l’industria del calcio è messa così, figuriamoci gli impianti degli altri sport, peggio ancora se parliamo di sport paralimpici. Arianna Fontana ha dichiarato durante un’intervista che ci sono circa tre piste in Italia in cui può allenarsi nel suo sport, lo short track. Pericolose tra l’altro, poiché solo una rispetta gli standard di sicurezza con le adatte barriere per attutire i colpi delle pattinatrici che si sgomitano.

Emblematico poi è il caso del velodromo di Montichiari, l’unico coperto in Italia, che resterà chiuso, si spera, solo fino a giugno. La Procura di Brescia aveva disposto il sequestro dell’impianto a causa di una documentazione non a norma sulla prevenzione degli incendi. Arrivato il via libera da parte dei Vigili del Fuoco riguardo alla Certificazione sulla Prevenzione Incendi, tuttavia la Commissione Provinciale di Vigilanza ha stabilito che il velodromo non sarà riaperto finché non verranno risolti i problemi di infiltrazione che lo affliggono da ormai più un anno. Di fatto, dallo scorso autunno le Nazionali azzurre hanno dovuto fare i conti con la pioggia che, di tanto in tanto, faceva capolino con l’effetto di bagnare la pista, rendendola scivolosa e pericolosa con tanto di pezze utilizzate dagli allenatori per tamponare l’umidità.

Questa storia, ennesimo e triste capitolo di una inefficienza amministrativa tipica nei nostri confini, potrebbe rappresentare la pietra tombale sul ciclismo su pista tricolore. La disciplina forse più in crescita in assoluto dello sport italiano, reduce da ben quattro medaglie in specialità olimpiche agli ultimi Mondiali, rischia di ripiombare nell’anonimato proprio adesso che era tornata a brillare dopo due decadi di declino. Se ora i tecnici e gli atleti si stanno in qualche modo arrangiando tra i velodromi scoperti. Tempo permettendo, di Milano (Vigorelli) e Fiorenzula, senza un impianto coperto, è inevitabile andare all’estero, con un dispendio economico importante ed il rischio concreto che si decida di puntare solo su determinati elementi proprio per mancanza di risorse.

È un po’ quanto accade negli sport invernali per lo slittino, che patisce a dismisura la mancanza di una pista in Italia nei confronti di altre nazioni come Germania, Stati Uniti e Russia. Una mancanza pesante che si ripercuote sullo sport e gli sportivi stessi.

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