Don Vincenzo e le ali ai piedi: la corsa come esperienza religiosa

Don Vincenzo e le ali ai piedi: la corsa come esperienza religiosa

11 Aprile 2019 0 Di il Cosmo

di Deborah Villarboito –

Un “cappellano” particolare tra gli schieramenti di maratoneti. Prima dello sparo della partenza, Don Vincenzo Puccio ascolta gli atleti, li confessa e consiglia, li benedice. Poi, si posiziona accanto a loro e attende il via maestoso di una delle competizioni di corsa più affascinanti. Don Vincenzo è un sacerdote maratoneta. Ha le ali ai piedi e la vocazione alla Fede fin da bambino. Ora fa parte della società della Santa Sede, l’Athletica Vaticana. Domenica ha partecipato alla Maratona di Milano, chiudendo in 2:35.58. Quarto atleta assoluto nella categoria e 26° atleta totale, 24° tra gli uomini, realizzando il miglior tempo italiano nella sua categoria, M45.

Si deve andare indietro, nell’infanzia, per capire questa passione mista a talento per la corsa e per le anime. «Il mio percorso sportivo è iniziato alle scuole medie. La corsa mi piaceva già anche in quel periodo, ma giocavo a calcio. Grazie alla scuola, però, che mi ha introdotto a queste gare, corse campestri e Giochi della Gioventù, ho scoperto la corsa. Un mio professore mi propose di partecipare ad una competizione pochi giorni prima, ma non ero allenato. Arrivai terzo. Da lì ho iniziato a correre. Partendo dai 2000 metri – racconta Don Puccio – Partecipando a dei Regionali, ho conosciuto il mio attuale allenatore, Tommaso Ticali. All’età di 15 anni ho avuto un infortunio alla schiena e ho dovuto smettere. Ho ricominciato tardi, a 18 anni con il militare. Dopo pochi mesi ho fatto subito diversi risultati importanti, tra i quali la vittoria ai Campionati Italiani Militari dell’Esercito, ottenendo la qualificazione per i Campionati Italiani Interforze, dove i migliori del Paese si scontravano. Ho vinto il titolo anche lì».

Nella vita, però, non si può mai sapere quale strada percorreremo. Nonostante la potenzialità legata all’ingresso in un Gruppo Sportivo, in quel momento Vincenzo Puccio fece un’altra scelta: «Dovevo entrare in un gruppo sportivo militare, ma il Signore mi ha fatto capire che mi stava chiamando un altro gruppo sportivo, quello della vita sacerdotale. È riemersa la vocazione, la stessa che avevo sentito da bambino e che avevo messo da parte per diverse paure. All’inizio pensavo non fosse la mia chiamata, poi il Signore, durante proprio gli allenamenti si faceva risentire. Andavo in chiesa a pregare dopo le sessioni – spiega – Sono entrato in seminario e ho smesso di correre per obbedienza. Sono stato fermo per 17 anni. Un giorno, facendo la benedizione alle famiglie, ho conosciuto un ragazzo che correva le maratone e abbiamo deciso di allenarci insieme. Così ho ricominciato il mio percorso d’atleta».

“Se dovessi fare un brindisi, lo farei prima per la coscienza, poi per il Papa” è una frase che il Don mi cita per dirmi una cosa importante: «Ho capito che in coscienza non sbagliavo. Anche nei campi di atletica mi sono ritrovato a confessare e dare consigli spirituali. Domenica ho corso con Stefano La Rosa, atleta dei Carabinieri, uno dei migliori maratoneti italiani, ci siamo riscaldati insieme e poco prima della gara mi ha chiesto la benedizione».

La corsa non è solo un atto fisico per Don Vincenzo, è pura esperienza religiosa: «Io venivo dal mezzo fondo, quindi gli 800, 1500 e 3000, gare diverse rispetto al fondo. Le maratone invece sono venute in un secondo momento, da grande. Per me era un sogno finire una maratona, che ho realizzato con un tempo importante, per uno che era alla prima e da tanto non correva. Se non mi fossi fermato in giovinezza, avrei potuto competere anche con i più grandi campioni di spessore – racconta ma senza rammarico – Ma penso che il fatto di aver rinunciato all’atletica sia stato qualcosa di grande che viene da Dio. Ho accettato e ora questo sogno è diventato realtà. Papa Francesco ha voluto una squadra che sia testimonianza di valori e che lavori nel sociale. Io ne faccio parte».

Corre e lo fa bene Don Puccio. Trae la sua forza da un tipo di “doping” legale, che non fa male, la Fede: «Le lunghe distanze sono molto impegnative. Si lavora molto con la mente, che è fondamentale per gestire queste grandi energie da spendere in 42 km. Ci vuole una concentrazione costante fino alla fine. Domenica ho pensato diverse volte di fermarmi, però il Signore mi stava vicino e con qualche preghiera alla Madonna, ho deciso di portare a termine la gara. Quando sono arrivato alla fine dei 42 km ho baciato per terra perchè anche Milano merita di essere baciata come tutte le città in cui sono stato a gareggiare. Le lunghe distanze sono per me un modo per stare a contatto con Dio e dimenticare i pensieri che tutti noi sempre abbiamo. È un modo per fare ascesi con l’Onnipotente stesso».

Al temine di questa intervista viene da dire proprio che sport ed esperienza di Fede si possano collegare insieme: «Nello sport, se uno vuole raggiungere grandi obiettivi, come nel percorso di Fede, richiede tanti sacrifici e un’ascesi. Se uno vuole preparare bene una 42 km deve cercare di correre anche quando c’è la pioggia, il vento, quando non ha voglia di correre. Se uno vuole preparare bene una maratona deve andare incontro a tanti sacrifici. Così pure nel percorso spirituale, in cui sei davvero a contatto con Dio e in cui devi rinunciare a te stesso e alle tentazioni – conclude Don Vincenzo – Sport e Fede sono un cammino che richiede sacrificio. Come gli sportivi hanno delle tabelle di allenamento, con km e ripetute, anche per lo spirito ci sono: la preghiera, l’ascolto della parola di Dio e i Sacramenti. Come nello sport, ci si deve allontanare dalle cattive abitudini che possono nuocere alla vita spirituale».