La Maestà Sofferente: la sofferenza è guardarla

La Maestà Sofferente: la sofferenza è guardarla

11 Aprile 2019 0 Di il Cosmo

di Sabrina Falanga –

C’è un abisso di differenza tra il voler trovare il famoso pelo nell’uovo e il sottolineare ciò che è evidente, al limite del palese. E non si tratta più di interpretazione, se agli occhi della maggior parte delle persone passa un determinato messaggio: si tratta di buon senso. Non è la critica a decretare il successo, o meno, di un opera: è il pubblico. Questo sempre e da sempre. E il pubblico, questa volta, ha detto no all’unisono. Specialmente perché non parliamo di un museo di nicchia, ma della meneghina Piazza Duomo. E non si sta discutendo su un quadro che racconta l’esperienza mistica di un artista, ma di un’opera che vuol porre l’accento su un argomento sociale. E che quindi del sociale deve tener conto.

È dl designer Gaetano Pesce la poltrona alta otto metri che da giorni capeggia nella piazza più conosciuta di Milano (anzi: d’Italia), chiamata “La Maestà Sofferente”. L’obiettivo è, o meglio, sarebbe quello di sensibilizzare sul tema della violenza delle donne.

Da video sondaggi, interviste e blog viene criticata. E non si ha da ridire solo sull’estetica dell’installazione (de gustibus non disputandum est, soprattutto in campo artistico), quanto sul messaggio che passa.

In effetti.

Innanzitutto quel corpo è solo un corpo. Non ha testa, non ha mani: non ha tutti quei dettagli che rendono “umano” il soggetto. E, mi ripeto, non è questione di estetica quanto di significato. La statua mostra la donna solo nelle sue forme più intime, dal seno ai genitali: come se la violenza su una donna fosse un semplice atto sessuale, non qualcosa che devasta anche il sangue e il cervello. Per sempre.

Sangue e cervello, appunto. Perché la violenza su una donna agisce in diversi modi, attraverso patologici metodi (mai sentito parlare di violenza economica? E di uomini che le donne le picchiano ma non le stuprano?), non esiste solo la violenza sessuale. Eppure, anche in questo caso, viene tutto ridotto alla sessualità della donna in maniera palese ed esplicita – e anche un po’ volgare. Anzi, ancora una volta la sessualità della donna viene strumentalizzata proprio quando doveva essere difesa.

Non è un caso (ma questo è stato esplicitato, c’è da dirlo) che l’installazione sia spuntata durante la Milano Design Week: quello che fa storcere il naso è che il Salone del Mobile è, da sempre, uno dei momenti dell’anno in cui più si parla di bellezza, armonia, studio delle forme, dei colori, arte che si fa cultura, design che si fa quotidiano. Tutto questo, cos’ha a che vedere?