Quelle zollette di zucchero e l’orologio: Bergson alla ricerca del tempo dell’anima

Quelle zollette di zucchero e l’orologio: Bergson alla ricerca del tempo dell’anima

11 Aprile 2019 0 Di il Cosmo

di Elisabetta Testa –

Quelle zollette di zucchero e l’orologio: Bergson alla ricerca del tempo dell’anima

“Vi è almeno una realtà che cogliamo completamente dal di dentro, per intuizione e non con la semplice analisi. Essa è la nostra stessa persona, nel suo scorrere attraverso il tempo, il nostro Io che dura”.

Scrive così il filosofo francese Henri Bergson (1859-1941) nella sua Introduzione alla metafisica, per iniziare a spiegare un dilemma che attanaglia l’uomo da sempre: che cos’è il tempo?

Il tempo per Bergson è bifronte; ha due facce: una prima faccia è quella dell’orologio. Quello dell’orologio è il tempo della scienza: quantitativo, tutto uguale, spazializzato. Ogni istante nel tempo della scienza è uguale al precedente e al successivo: è una collana di perle, composta da elementi uguali fra loro a formare un tutt’uno indivisibile.

C’è, però, un tempo soggettivo, un tempo dell’anima: è il tempo del nostro Io, un eterno fluire, una continua durata. Questo è un tempo qualitativo, in cui ogni istante è diverso dall’altro: Bergson lo paragona a una valanga e a un gomitolo, in quanto è un continuum, è stratificazione di esperienze e ricordi. Il tempo soggettivo è ciò che racconta Marcel Proust nel suo Alla ricerca del tempo perduto: è la madeleine che, con il suo profumo e il suo sapore, porta il protagonista indietro nel tempo, a riscoprire la sua infanzia.

Bergson ha uno stile piuttosto evocativo: ogni tesi che sostiene è affiancata da esempi particolarmente efficaci. Un esempio per far capire meglio la dicotomia del tempo è quello delle zollette di zucchero.

Prendete una zolletta di zucchero e immergetela nell’acqua. Ora: se vi affidate al tempo della scienza, calcolerete quanti secondi ci impiega a sciogliersi completamente, in modo analitico e rigoroso. Se vi affidate al tempo soggettivo, invece, misurerete le condizioni psicologiche della vostra anima: quanto, ad esempio, sarete impazienti che la zolletta si sciolga.

Non c’è coscienza senza memoria: la memoria e il recupero delle stratificazioni del passato sono prerogative del tempo soggettivo, che dobbiamo tornare a esercitare.

Dobbiamo riscoprire noi stessi, affidandoci al tempo dell’anima, al tempo come durata, perché solo così costruiremo un rapporto simpatico (empatico) con il nostro Io.

Il presente e il futuro sono resi possibili dal passato; dalla memoria del passato stesso. Il tempo della scienza, quello oggettivo, non torna indietro: è pura istantaneità.

Dobbiamo auscultarci, spiritualmente, e sentire la nostra anima che palpita, in un eterno fluire… in quell’eterna valanga che si chiama vita.

Perché vivere consiste nell’invecchiare. Si tratta di un avvolgimento continuo, come quello di un filo sul gomitolo, cosicché il nostro passato ci segue, si ingrandisce continuamente del presente che raccoglie sul suo cammino: coscienza significa memoria.