Sognando un’Italia federale

di Alessandro Pignatelli –

Chi è più razzista, chi è convinto che al Nord  – pardon, in Alta Italia – tutti, ma proprio tutti definiscano la zona a sud del Po Terronia, o chi pensa che al giorno d’oggi si faccia troppo uso dell’accento romano in televisione? Prendo spunto da un post di un’amica giornalista che si sofferma proprio su quest’ultimo argomento. Ossia, che in una famosa tv a pagamento, i giornalisti usino ormai largamente ‘la ggente’, il ‘rigordo’, eccetera eccetera. Il modo romano di parlare, ecco, che però non dovrebbe venire esportato in tv dove, così si presume, facciano corsi di dizione.

Nei commenti sotto a questo post in molti le danno ragione. C’è chi dice che una volta questa tendenza borderline era della Rai, ma che ora la televisione pubblica sarebbe guarita un po’ dal contagio romano. Io non esprimo giudizi su cosa sia più razzista, ammesso che poi esprimere una propria opinione personale lo sia (sì, forse sì, nel momento in cui la rendi social e non solo nella tua testa). Il razzismo è anche al contrario, però, non dimentichiamocelo. Cioè, noi dell’Alta Italia (mi ci metto ancora anche io) spesso siamo tormentati da chi ci dice che da noi c’è solo la nebbia, che è tutto piatto, che la montagna più alta che abbiamo è la discarica. Insomma, Nord, Centro e Sud non si amano proprio. Per certi versi, per tanti a dire il vero, l’Italia è ancora divisa. Non abbiamo più il Regno d’Italia, lo Stato Pontificio e i Borboni, ma è come se il retaggio culturale ci fosse ancora. Ben radicato.

Ed è qui che nasce e trova terreno fertile il razzismo. Loro dicono che noi siamo brutti e cattivi? Noi andiamo giù ancora più pesanti nei loro confronti. Non c’è alcuna voglia di mediare, neanche qui al Centro che, per posizione geografica, avrebbe questo ingrato compito. Il ‘buon’ Giuseppe Garibaldi – dovesse mai tornare in vita – rimarrebbe sconcertato da come non solo non si siano fatti gli italiani, ma neanche l’Italia. Che viaggia a velocità diverse, tanto che sempre più regioni chiedono maggiore autonomia.

A me viene una riflessione a questo proposito: forse un’Italia federale – sul modello degli Stati Uniti – andrebbe di più d’accordo. Ossia: tu ti autofinanzi e usi i tuoi soldi per le tue opere. Io faccio altrettanto per me. Forse si continuerebbe a parlar male del vicino, ma almeno non ci sarebbe la rabbia perché le mie tasse vengono usate per fare un ponte che dista mille chilometri da casa mia. No, non è una ricetta per combattere il razzismo questa. E no, l’Italia non possiamo paragonarla agli States. Però, magari, ognuno si coccolerebbe le proprie bellezze (e bruttezze) e lascerebbe stare l’altro. Ognuno saprebbe con precisione che le bellezze e le bruttezze dipendono da se stessi, da come sono stati amministrati i soldi. Poi, è chiaro, non è che un’Italia federale potrebbe rendere la Pianura Padana montuosa. E neanche far parlare i giornalisti senza accenti di sorta. Ma probabilmente ci si sfogherebbe di meno contro l’altro. Dichiarandolo colpevole, con processo sommario, di essere brutto, sporco, piatto ed evasore.

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