We are not Superman

We are not Superman

11 Aprile 2019 0 Di il Cosmo

di Elisa Torsiello –

I giovani e il loro approccio pragmatico al mondo dei cinecomic

“Ma io sono un bambino. come faccio a essere un supereroe se sono un umano?” A dirlo fuori dal cinema è un bimbo con i capelli neri, pantaloni stretti alle caviglie, la maglia di Superman; l’età precisa non ce l’ha detta, ma avrà più o meno dieci anni. Alle sue spalle il poster di “Shazam!” ultimo film della scuderia DC uscito nelle sale italiane lo scorso 7 aprile. Un accostamento paradossale, quello tra una visione realistica della realtà, poco assoggettata al mondo appena visto, e la componente anagrafica dell’enunciatore, che in quel mondo fatto di eroi e super cattivi dovrebbe lasciarsi immergere, facendosi cullare dalla forza del sogno e della fantasia.

Indagando più approfonditamente, ciò che risulta da una nostra piccola indagine è che sono veramente pochi i proseliti rimasti di quella schiera di sognatori che tra i tre e i quindici anni desidererebbero ancora ottenere dei superpoteri. “Troppe responsabilità” risponde uno, “non servono i superpoteri per essere buoni” contesta l’altro. Il radicamento nel mondo reale di questi giovani colpisce più dei colpi elettrici lanciati da Shazam. É una presa di posizione seria e poco intaccata da quella fantasia che influenzava la visione di coloro che piccoli adolescenti lo sono stati fino a qualche anno fa. Costantemente posti davanti a uno schermo, ai giovani di oggi la realtà si pone in tutta la sua durezza. Iperstimolati e costantemente aggiornati sul mondo che li circonda, tra Facebook e Instagram, le serie tv Netflix e le chat con gli amici, poco spazio è loro riservato al gioco, all’interazione reale tra persone.

Perennemente bombardati da news e feed, questi piccoli futuri cittadini capiscono già da subito che per essere buono e fare la cosa giusta non serve la super forza, o la super velocità, ma distinguere il bene dal male; insomma fare materialmente la differenza e lasciare un segno con le proprie azioni. Lo hanno capito bene Greta Thunberg e la sua lotta alla salvaguardia ambientale; Rami e gli altri piccoli studenti che hanno coraggiosamente affrontato l’autista del proprio scuolabus sventando un attacco a Milano; il quindicenne di Torre Maura che con pacatezza e maturità ha tenuto testa ad alcuni manifestanti di Casa Pound. Per i giovani di oggi l’età spesso e volentieri è solo un numero: sono bambini e bambine che imparano a crescere in fretta, a farsi un’idea del mondo che li attornia soddisfacendo la propria sete di curiosità grazie allo schermo di un telefono, o una ricerca su internet.

Certo, a desiderare di diventare magicamente grande mentre è intento a soffiare sulle sue otto candeline è stato anche chi si è ritrovato a nascere negli anni Ottanta, o Novanta, eppure tale desiderio era spesso e volentieri soddisfatto dall’indossare un costume speciale, o tenere tra le mani un gioco dai poteri magici capace di tramutarti metaforicamente in un supereroe. A carnevale le bambine sembravano uscite da una produzione in serie di bambole di Sailor Moon, mentre i bambini si schieravano già tra team Marvel (Spiderman, X-Men, Hulk) e DC (Superman, Batman). Ai cartoni animati in televisione si sostituiscono pian piano i cinecomic al cinema, con il risultato che l’ammirazione e il desiderio di emulazione si accresce sempre più negli occhi di questi piccoli spettatori, fino a raggiungere vette elevate e impossibili da soddisfare.

Ma gli anni passano e l’avvento di internet mescola le carte in tavola, modificando nettamente il nostro approccio al mondo diegetico portato sullo schermo. La sospensione di realtà è un processo che nei giovani degli anni Duemila trova difficoltà a compiersi, riscontrando un’inedita forza di reazione che lo frena, allenta, annienta. I ragazzi e le ragazze poste davanti allo schermo sanno distinguere il mondo reale da quello fittizio e cinematografico. La loro è un pragmatismo che sorprende, soprattutto se posta a confronto alla poeticità caratterizzante i giochi e le prospettive di visione di noi spettatori un po’ più grandi. I bambini di oggi sono dunque ben identificabili nel Billy Batson prima della sua trasformazione in Shazam, mentre il pubblico un po’ più grande in quella del suo amico e fratellastro Freddy, appassionato di fumetti e collezionista di ogni memorabilia immaginabile e possibile.

Che sia chiaro, come dimostrano anche i risultati al botteghino, la passione verso questo mondo super-eroistico non dà ancora segni di cedimento e regressione; grandi o piccoli che siano, gli spettatori amano assistere a battaglie epiche incorniciate da effetti digitali e fotografie sature e colorate. Lo stesso revival del mito di “Shazam!” lo dimostra. Eppure se da una parte i grandi, disillusi da un mondo che vorrebbero cambiare e che in cui non riescono a rispecchiarsi, bramano quei poteri e la possibilità di cambiare forma, aspetto, e forza soltanto urlando una frase, o un nome, i giovani nativi digitali (che a un futuro migliore e ai sogni ancora ci credono, solo in forme diverse dalle nostre) preferiscono lasciare formule magiche e vista laser entro i confini del cinematografico. Un ribaltamento generazionale in cui i grandi aspirano a visioni infantili, e i piccoli ragionano con fare maturo e atteggiamenti da grandi. Dopotutto loro “sono umani, come fanno a essere dei supereroi?; la differenza si fa nel mondo reale”.