Licenziati via WhatsApp

Licenziati via WhatsApp

13 Aprile 2019 0 Di il Cosmo

Dopo mesi senza stipendio, sono stati licenziati con un messaggio su WhatsApp. Questo il destino di trenta operai, a cui il titolare ha inviato un solo messaggio, uguale per tutti. La fabbrica di Rosta, in provincia di Torino, ha chiuso così i battenti lo scorso 18 marzo, contestualmente allo squillo sui rispettivi cellulari. Del datore di lavoro non si sa più nulla: scappato via.

Quel messaggio, però, resta: “Chi deve rientrare a lavorare in questi giorni può stare a casa perché dobbiamo riorganizzare l’azienda”. Sbrigativo, conciso, disarmante. Altre 48 ore di tempo e arriva la mazzata finale, sempre via WhatsApp: “Questi sono i licenziamenti, lo sto comunicando perché tutti sappiano che l’azienda è chiusa per fallimento ed è stata messa in liquidazione”. La firma di Marco Broletto, colui che fino a poco prima era il proprietario. La ditta, Frc Allestimenti di Rosta, è stata piantonata per tutto il giorno dagli stessi (ex) lavoratori che hanno organizzato un vero e proprio presidio davanti allo stabilimento, all’interno del quale non è rimasto nulla però.

Resta l’amarezza, come sempre quando si viene licenziati, ma in questo caso anche di più per colpa di un messaggio freddo e senza ulteriori spiegazioni. Certo, i mancati pagamenti degli ultimi mesi avevano messi tutti in allarme, ma ora i dipendenti sperano di poter recuperare almeno una parte degli arretrati, oltre a tredicesime e liquidazioni. C’è il forte sospetto che sui conti dell’azienda non ci sia più nulla, però. Fabbrica che produceva componenti per barche.

Marco Broletto dal 20 marzo è sparito dalla circolazione. Anzi, no, dal 21, quando ha scritto un messaggio a una dipendente: “Mi spiace, ma non tornerò più a Torino”. Agli altri aveva detto di dover andare a Roma a trovare la madre malata di tumore, ma questo era avvenuto antecedentemente al messaggio su WhatsApp aziendale. Dal 21 marzo, il suo cellulare ha smesso di squillare. Uno dei suoi collaboratori più stretti sottolinea: “Aveva programmato tutto da tempo. L’avrei dovuto capire due mesi fa, quando ha venduto la sua Bmw. Stava cercando di mettere da parte dei soldi per sparire. E probabilmente avrà preso anche gli stipendi di noi dipendenti”. Precisa: “Io lo conobbi alcuni anni fa in un cantiere di Piacenza. Mi era sembrata una persona in gamba e l’ho seguito nella sua trasformazione da operaio a imprenditore qui a Torino. Probabilmente ha fatto il passo più lungo della gamba e ha perso il controllo”.

Di questa piccola fabbrica e del destino di trenta famiglie forse non avremmo mai sentito parlare, non fosse che il licenziamento via WhatsApp ha portato i media a parlarne. Eppure, a quel che si dice, l’azienda non andava male: “Broletto non ha mai chiesto aiuto, penso sia stato il suo errore più grave. La società era piena di lavoro, doveva assumere persone per aiutarlo a smaltire, ma continuava a non pagare gli stipendi. Qualcuno interessato a rilevare Frc ci sarebbe stato, e secondo me il peggio deve ancora venire”. Le difficoltà sono iniziate e ottobre eppure il titolare ha tenuto tutto nascosto ai suoi dipendenti: “Lui ha preferito sparire, da vigliaccio. Ci ha presi in giro tutti, nessuno escluso”. Si scoprono altri dettagli: “Aveva aperto Frc con altri soci, all’inizio l’amministratore era una  donna, ma poi è rimasto da solo. Voleva gestire tutto lui, ma non era in grado, eppure ripeteva che avrebbe rimesso le cose a posto. A Natale ci ha portati a cena allo ‘Sciabà’ di Rivoli, ha pagato per tutti, ma è stata solo una mossa di facciata. Una bugia come quelle che raccontava sulla sua famiglia o sulle sue precedenti esperienze lavorative”.

Ora gli ex dipendenti si sono rivolti alla Cgil per far aprire la procedura fallimentare. “Stiamo raccogliendo i documenti, di sicuro un licenziamento di questo tipo non può essere valido”. Tra l’altro, Broletto non ha mai comunicato la cessata attività e ancora non è stata presentata denuncia contro di lui e contro la Frc.

Oggi abbiamo deciso anche noi di dare voce a chi di solito viene dimenticato nel marasma delle chiusure quotidiane di piccole e medie aziende, dentro le quali è custodito però il destino di molte persone. Che certo non si possono liquidare con un messaggio sul telefonino.

di Alessandro Pignatelli