Associazione Vittime della Strada: “Incidenti stradali prima causa di morte tra i giovani nei prossimi anni”

Associazione Vittime della Strada: “Incidenti stradali prima causa di morte tra i giovani nei prossimi anni”

18 Aprile 2019 0 Di il Cosmo

di Deborah Villarboito –

«L’incidente è un evento che noi non possiamo né controllare né prevedere. Può succedere, ma non stiamo parlando di questo tipo di incidenti. Mi riferisco a quelli prodotti da chi è alla guida ubriaco, chi supera i limiti di velocità, chi è sotto stupefacenti, da chi non rispetta le regole o da chi nemmeno si ferma se lo produce. Sono eventi prodotti anche da guardrail non a norma: fanno disabili e morti invece di salvare le vite. La sicurezza stradale è un optional a partire dalle città e anche dalle autostrade». La dottoressa Manuela Barbarossa è Presidente dell’Associazione Vittime della Strada e così introduce l’argomento. La quasi totalità degli incidenti mortali o gravi è causata dalla negligenza umana: «In linea di massima possiamo dire che le cause sono l’alta velocità, l’uso dei cellulari e l’essere alla guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Ci sono anche una serie di altre concause: assenza di controlli adeguati, la manutenzione delle strade, il tipo di traffico che ormai le città e non solo devono sopportare. I più gravi incidenti avvengono proprio nelle città, a livello statistico è il luogo di maggiori incidenti gravi e anche mortali». Le fasce di età interessate sono prevalentemente quelle dei giovani:«L’organizzazione mondiale della sanità ha sottolineato che se non si corre ai ripari gli incidenti stradali saranno la prima causa di morte nella fascia dai 18 ai 30 anni, intorno al 2020-2022. A fianco sicuramente di una popolazione anziana che è particolarmente a rischio, con ciclisti e pedoni. Parliamo non solo di morti, ma anche di persone che rimangono disabili tutta la vita».

Manuela Barbarossa

Per rendere le strade più sicure si deve partire dal comportamento degli individui: «Noi puntiamo molto sul discorso di cultura civica e di prevenzione, che può salvare la vita in tante situazioni. Sono due le cose fondamentali che mancano – spiega la dottoressa Barbarossa – una vera cultura civica ed educazione stradale, che diventa anche educazione alla vita, e i controlli. L’Italia è veramente deficitaria su quest’ultimo punto. All’estero, come in Francia e in Inghilterra, la sicurezza stradale è tutelata da molti controlli e da un’educazione interiorizzata dagli stessi cittadini. Si deve tenere conto che hanno la metà delle autorità in circolazione, ma fanno controlli a tappeto. Inoltre, il discorso delle multe dovrebbe essere declinato a tutto alla manutenzione della sicurezza, cosa che non avviene. Molti incidenti in moto o in bicicletta sono causati da buche enormi nella pavimentazione. Manca anche un’illuminazione adeguata e una segnaletica, che a volte è davvero indecifrabile».

Oltre ai danni fisici, inestimabili sono quelli psicologici: «L’incidente stradale è una causa di morte e disabilità che rientra nell’area di un traumatismo non solo per chi lo subisce, ma per tutto il gruppo attorno alla persona, veramente altissimo. Sono traumi vissuti come una profonda ingiustizia, come una crudeltà, che è difficile da metabolizzare, poiché è una situazione di danno che si poteva benissimo evitare. Si parla di vittime e non di persone che si auto producono autonomamente l’incidente per comportamenti scorretti – continua la dottoressa – La famiglia e coloro che rimangono coinvolti vedono stravolgersi completamente non solo la propria vita, ma spesso anche i fondamenti su cui prima avevano impostato la propria esistenza. È una sorta di domino traumatico, difficilmente superabile. L’unica cosa che si può fare è non lasciarli soli e iniziare ad avere un maggior rispetto del concetto di vittima. Spesso si ha la sensazione che chi causa un incidente sia più tutelato di chi lo subisce. Si vede un risarcimento morale irrisorio, la condanna, rispetto al danno prodotto. Anche questo è un dolore nel dolore per i famigliari e le vittime. Non c’è un riconoscimento di quello che a loro è realmente accaduto. Siamo in un momento in cui la vittima non viene tutelata, ma anzi a volte addirittura colpevolizzata».

Un aiuto per arginare la situazione e limitare gli incidenti potrebbe arrivare dalla tecnologia: «Le nuove tecnologie possono contribuire a far diminuire il numero di incidenti. Se parliamo di tecnologie al servizio della sicurezza stradale però, non quelle legate al business di vendite di auto sempre più potenti e funzionali. Quanto ci vuole a mettere un limitatore di velocità? Ma non è ancora stato fatto. Bisogna tenere presente però che anche se lo strumento ha delle caratteristiche, è sempre l’individuo che lo guida: bisogna avere la testa e anche funzionante».