“Crying girl on the Border” dice qualcosa a tutti noi

“Crying girl on the Border” dice qualcosa a tutti noi

18 Aprile 2019 0 Di il Cosmo

di Federica Pirola –

Una bambina piange. Ha una felpa rossa e delle scarpette abbinate. È Yanela, due anni, ed è appena stata posata per terra da sua madre, Sandra Sanchez, per una perquisizione. Alle loro spalle le due hanno un lungo viaggio, durato mesi, attraverso l’America Centrale e il Messico e ora si ritrovano li, in quel momento, reso immortale dal fotografo John Moore.

Questo scatto ha vinto il prestigioso World Press Photo of the Year, importante premio del concorso di fotogiornalismo organizzato dall’omonima fondazione olandese del 1955.

Era già diventato celebre nel giugno del 2018, quando venne ripreso dai giornali di tutto il mondo e utilizzato come copertina dal Times; ma cosa rappresenta? Il simbolo della separazione dei minori dai loro genitori e della politica di “tolleranza zero” verso gli immigrati irregolari adottata dall’amministrazione Trump.

Dall’aprile di quell’anno, c’è stata infatti una modifica del regolamento sull’immigrazione che ha eliminato il trattamento d’eccezione riservato fino ad allora agli adulti che entravano illegalmente negli Stati Uniti accompagnando minori. Dopo questa novità giuridica, gli immigrati irregolari che entravano negli States erano perseguibili penalmente, dunque molti furono separati dai propri figli che venivano spesso inviati in strutture di detenzione. Doveva essere una sorta di deterente per le immigrazioni irregolari: si pensava che i bimbi fossero una scusa per poter passare. Otto giorni dopo che fu scattata la foto però, Trump firmò un ordine esecutivo per mettere fine alla divisione delle famiglie di immigrati non regolari. Tuttavia, nel frattempo, questo regolamento ha avuto un grosso impatto sui minori coinvolti: un breve film, sempre promosso dal World Press Photo, mostra la realtà di questa politica e cerca di dare voce (letteralmente, con le registrazioni delle chiamate dei bambini) a chi purtroppo non è stato molto ascoltato. Nel filmato – The legacy of “Zero Tolerace” Policy: Traumatized children with no access to treatment – si vede come, dopo la separazione patita, a molti piccoli è stata diagnosticato un grande trauma e disturbo da stress post-traumatico, una macchia indelebile nella loro giovane mente.

Ed ecco che, un anno dopo, la foto di Moore vince il famoso premio e così diventa emblematica e rappresentativa di una situazione che stiamo ancora vivendo. Forse ci dice un po’ di noi, di dove stiamo andando, di dove sia finita l’umanità. Il fotografo stesso afferma che la foto è “arrivata al cuore di tante persone […] perchè umanizza una storia più grande.” . Colpiscono poi certi dettagli, come i guanti dell’agente, le scarpe senza lacci della bimba. Piccoli scorci che nascondono tutta la brutalità e le violenze che molte persone subiscono. Una componente della giuria, Alice Martins, ha proprio evidenziato come, attraverso quei particolari, si voglia mostrare un tema più grande: la violenza psicologica.

Guardando l’immagine, sembra di sentire il pianto della bambina che racconta così le storie di migrazioni e soprusi.

L’immigrazione è sempre stato al centro del dibattito politico, qualcosa che scotta nelle mani di giornalisti e opinionisti. Forse però, al posto dei dati statistici, delle discussioni nei talk show, vale più quest’immagine. Prova a fermarti un attimo a guardarla: che cosa provi?