Federico Blanc: il sitting volley come strumento per unire nell’uguaglianza

Federico Blanc: il sitting volley come strumento per unire nell’uguaglianza

18 Aprile 2019 0 Di il Cosmo

di Deborah Villarboito –

Ingegnere classe 1976, Federico Blanc è uno dei volti del sitting volley italiano. Questa disciplina esiste da 60 anni, è stato inventato in Olanda nel 1956, mentre in Italia se ne sente parlare dal 2012 e la Nazionale esiste dal 2015. Federico, come si definisce, è uno che ama vivere tutti i giorni, a cui, nonostante la fatica, piace alzarsi dal letto per scoprire cosa lo aspetta in ogni giornata. È stato capitano della nostra Nazionale e nonostante l’amputazione di una gamba non si ferma davanti alle proposte che la vita gli pone. Ama la montagna e la vive, adora la sua famiglia e ha trovato nel sitting volley lo strumento per fare qualcosa non solo per sé, ma per tutti coloro che cercano uno sport in cui sentirsi alla pari degli altri: «“Da grandi poteri derivano grandi responsabilità” e in un certo senso il modo in cui io e altri ragazzi abbiamo deciso di affrontare la disabilità è diventato un potere in più, che bisogna gestire in maniera giusta». Questo è lo spirito di un campione non solo nello sport, ma anche nella vita.

Esordio da Capitano della Nazionale in piazza a Rotonda (Potenza) 2016

Ad un certo punto della tua vita che cosa è successo?

Sono diventato disabile a seguito di un incidente con il parapendio nel 2007. Avevo ancora la mia gamba e per cinque anni ho convissuto con caviglie e ginocchio bloccati, problemi di circolazione, oltre che con una brutta infezione. A tutti gli effetti ero già disabile anche se ci ho messo un po’ a rendermene conto. Alla fine del 2012 mi sono stufato di questa situazione, perchè non riuscivo a godermi le mie giornate. Quindi ho deciso di chiedere l’amputazione.

Quale è stato il tuo percorso nel sitting volley?

A seguito dell’amputazione ho cambiato un po’ il mio lavoro e mi sono ritrovato con più tempo. I mesi trascorsi in ospedale mi avevano consentito di riflettere e riordinare le priorità della vita. Lo sport mi incuriosiva e volevo dargli il giusto peso. Non conoscevo il sitting volley. Sono stato contattato dal Volley Club di Cesena che stava partendo proprio con un progetto legato a questa disciplina. Quando ho provato è stato un amore a primo palleggio. Ho imparato i fondamentali e iniziato a giocare. Nel 2015 mentre facevo parte della rappresentativa regionale, è arrivata la chiamata della Nazionale e a fine anno ci sono stati gli Europei. Sono partito, conquistandomi il posto nel sestetto di base, partendo come panchinaro. A metà del 2016 sono diventato capitano, poi ci sono stati altri Europei nel 2017 in Croazia e l’avventura continua. Per problemi di lavoro attualmente ho dovuto abbandonare, ma rimango nel giro della Nazionale, perchè la volontà è quella di rientrare nella rosa.

Questo sport come si sta diffondendo in Italia?

Il regolamento internazionale, come quello della Nazionale, prevede la partecipazione solo di disabili. In Italia è uno sport abbastanza giovane e abbiamo pochi disabili, non essendoci stati conflitti di recente e avendo tutto sommato una buona sanità. Sfortunatamente la mentalità è ancora un po’ indietro. I disabili fanno fatica ad uscire di casa, mettersi in mostra e rendere pubblica la propria problematica. Si fa fatica a trovarli e reclutarli. Al momento si cerca di giocare quando è possibile in squadre miste composte da disabili e normodotati e ci diamo la regola, nel campionato italiano, di avere almeno due disabili in campo. È un modo per invogliare le società a reclutare e portare fuori di casa i disabili. Piano piano creiamo quello che è il vivaio per la Nazionale. I risultati di questo processo si vedono dal ranking delle squadre Azzurre: la femminile è al quarto posto mondiale. Il livello sta crescendo in fretta nonostante il sitting volley ci sia da pochi anni, inoltre si sta diffondendo e ciò si vede dal numero delle squadre iscritte ai campionati interni.

Poi l’idea di creare un progetto tuo…

Dopo circa tre anni ho deciso di lasciare il Cesena Volley per una riflessione morale. Era l’inizio del 2017 e mi ero reso conto che il sitting volley, con anche l’esperienza della Nazionale mi ha aiutato a rimettermi in piedi, a darmi nuovi stimoli e conoscere molte persone speciali che avevano delle difficoltà che erano riusciti a superare, anche confrontandosi all’estero. Ho deciso di voler portare i valori del sitting volley ad altre persone. Abitavo a Ravenna e proposi di fondare una squadra nella città, vista la sua predisposizione alla pallavolo. È nata “Pianoterra”, la squadra di cui ancora ora sono allenatore, promotore, presidente. Abbiamo una ventina di tesserati, tra cui alcuni disabili.

Che cosa rappresenta per te il sitting volley?

Rispetto a tutti gli altri sport per disabili ha due valori aggiunti importantissimi. Il primo è il fatto che è a costo zero: si può giocare anche tirando un cordino tra due alberi, sedendoti per terra, basta avere un pallone, senza bisogno di ausili, protesi o carrozzine. Il secondo è che quando ti siedi a terra annulli tutte le diversità e te la giochi su un piano di qualità: l’uguaglianza. A maggior ragione, devono poter giocare insieme senza vincoli normodotati e disabili. L’obiettivo secondo me dovrà essere questo, farlo diventare uno sport come un altro, non di ghetto riservato solo ad una categoria. È aperto a tutti, indipendentemente dalle capacità.

Che cosa è per te lo sport?

Quando torni a casa bisogna portare nella vita quotidiana quello che hai imparato ad allenamento. Ci sono delle regole da rispettare, bisogna avere rispetto per l’avversario, per ottenere risultati devi faticare e soprattutto quando cadi durante il tuo allenamento basta che allunghi la mano e ci sono i tuoi compagni di squadra che ti aiutano a rialzarti. Questi sono principi da ricordarci nella quotidianità. Lo sport è una palestra di vita che ti insegna dei valori e dei comportamenti importanti se applicati nel modo giusto.