Pasqua, l’Italia si unisce (a tavola)

Pasqua, l’Italia si unisce (a tavola)

18 Aprile 2019 0 Di il Cosmo

di Alessandro Pignatelli –

Arriva Pasqua e ognuno la celebra con le sue tradizioni. Dai dolci ai riti religiosi. Insomma, un po’ come a Natale. E anche se detto vorrebbe che “Natale lo passi con i tuoi e Pasqua con chi vuoi”, capita che anche la Festa per la resurrezione di Gesù Cristo si passi in famiglia. Casomai, poi, c’è il Lunedì dell’Angelo – Pasquetta – per una gita fuori porta con gli amici.

Non so se avete notato: Pasquetta è il momento in cui ognuno tira fuori dallo zaino gli avanzi di Pasqua. Per un pic-nic sul prato. Sì, insomma, oltre al pallone da calcio (altro classico di Pasquetta) per improvvisate partite su campi improponibili con porte segnate da giubbetti, ecco le lasagne del giorno prima, le pizze e le torte, la colomba, i panini e l’uovo di Pasqua (a volte c’è anche lui, sì). Insomma, l’Italia mangia fuori per modo di dire il giorno dopo la Pasqua. Per carità, ci sono anche quelli stoici del pranzo al sacco, rigorosamente panini, ma che dentro hanno comunque qualcosa del giorno prima (i salumi, in particolare). Ecco cosa unisce l’Italia a Pasqua: le tavole imbandite. Da nord a sud non si scappa dal pranzo pasquale. Ognuno con i suoi piatti tipici, vero, ma ci si abbuffa come se non ci fosse un domani (anche perché la scusa è che domani si mangerà poco e si camminerà tanto).

Come per Natale e San Silvestro, gli italiani sono buonissime forchette oltre che buongustai. E non fanno nulla per nasconderlo pure a Pasqua. Anche di fronte agli stranieri che, un po’ sbigottiti e un po’ invidiosi, vedono tirar fuori da borse e zaini ogni ben di Dio. Lo Stivale si riempie lo stomaco. A volte sembra che le ricorrenze religiose siano soltanto questo: scegliere il menu, preparare i dolci, ingozzarsi. Certo, c’è anche la messa, c’è la Via Crucis. La processione, la passione di Cristo. Ma alla fine si torna tutti a tavola. In uno dei pochi momenti in cui le famiglie ancora si ritrovano. Magari pure con nonni e zii.

Non sono certo io a scoprire che oggi il consumismo la fa da padrone. I supermercati, nei giorni che precedono una festa, sono una giungla. Dove devi spingere, sgomitare, correre per aggiudicarti l’ultima promozione e per arrivare primo alla cassa (che poi, puntualmente, scopri che sta chiudendo quando finalmente sei lì davanti e orgogliosamente pensi di essere il primo). Una riflessione va fatta: c’era un tempo in cui la domenica di Pasqua era veramente la fine di un periodo di sacrifici quaresimali. In cui si era rinunciato a molto. E allora via con le portate, le pietanze, i dolci. Una festa che poi proseguiva il giorno dopo. Era la luce che scacciava le tenebre (anche negli stomaci dei nostri padri e dei nostri nonni). Oggi, la Quaresima è poco sacrificio e molta routine. Ci sono quelli più rispettosi che almeno il venerdì evitano la carne, ma gli altri giorni di rinunce se ne fanno davvero poche (e non solo nel cibo). Quindi, ingozzarsi la domenica ha meno senso. Ma forse noi italiani amiamo proprio questo delle feste: pensare che facciamo una cosa solo quel giorno e poi per tutto l’anno no. Che le diete possono slittare. Che più piatti ci sono, più allegria pervaderà la tavola. Forse pensiamo di essere ancora quelli di una volta. Quando invece, di allora, abbiamo mantenuto solo le tradizioni che più ci fanno comodo. Partendo da Nord, passando per il Centro e arrivando al Sud. Un’unica tavolata che accoglie tutti, mangioni d’Italia.