25 Aprile 1945 : ricordi di chi quel giorno c’era

25 Aprile 1945 : ricordi di chi quel giorno c’era

25 Aprile 2019 0 Di il Cosmo

di Federica Pirola –

Ero a pescare al ruscello, quando a un tratto ho sentito suonare le campane: era finita la guerra. 8 anni avevo.”. Questo è un ricordo di quel giorno, del 25 Aprile 1945, quando l’Italia si liberò dall’occupazione tedesca e dal regime fascista, chiudendo quel capitolo così amaro della nostra storia, la Seconda Guerra Mondiale. Ora immaginate: bambini e bambine hanno vissuto in quella realtà e oggi ci sono ancora, con qualche ruga o con il bastone, ma soprattuto con gli occhi vispi di chi ha visto troppo, nonostante la tenera età. Come deve essere stato per un bimbo vivere in quei momenti difficili e poi vedere che finalmente la guerra era finita? La curiosità mi ha portato a cercare quei bambini cresciuti che oggi sono diventati nonni, prozìi, con molte primavere alle spalle e qualche attimo stampato nella mente. Ed ecco che mi si è aperto un baule di ricordi, alcuni sbiaditi, altri ancora lucidi.

Uno dei primi a rispondermi è stato Angelo, che da Brescia mi ha raccontato la sua storia. Fino a quando aveva 2 anni, la guerra era un po’ un gioco per lui, poi ha cominciato a capire che cosa stava realmente succedendo e certe cose non le ha dimenticate. Viveva proprio vicino alla ferrovia, dove due volte al giorno si sentivano scoppiare le bombe tedesche; per questo si è dovuto trasferire più lontano, era troppo pericoloso. Per molto tempo dunque i treni non sono più passati di li, però qualcosa è cambiato il 25 Aprile di 74 anni fa…

Già dal mattino, mi dice Angelo, si capiva che “era un giorno differente”, c’era nell’aria il presentimento di qualcosa che doveva succedere. A un certo punto, si è sentito il rumore di un aereo, “di almeno 500 m” –  mi precisa al telefono – , che lasciava dietro una scia bianca, scrivendo nel cielo: “La guerra è finita!”. Così è scoppiata una grande festa per il paese, che non si può dimenticare. Suo papà ha messo tutte le loro cose su un carretto e le ha riportate nella loro vecchia casa, quella vicina alla ferrovia, dove Angelo ha sentito un treno diretto verso Milano che continuava a suonare. Allora tutti i bimbi con lui si sono avvicinati alle rotaie da dove i soldati americani lanciavano cioccolato e scatolette di cibo: “io non sapevo nemmeno cosa fosse il cioccolato!”, commenta. Alla grande festa si sono unite le campane, che hanno suonato per tutto il giorno, grazie al Parroco del paese. Un giorno memorabile per un piccolo bimbo di 4 anni e mezzo.

Nelle zone vicine ad Angelo, quello stesso giorno, Adolfo stava lavorando nel campo, aveva 17 anni. Verso le 8 o forse le 9 del mattino, ha sentito il rumore dei carri armati: erano gli americani che mandavano via i tedeschi. Il giovane Adolfo ha lasciato tutto nel campo ed è corso a salutare i soldati che lanciavano caramelle a tutti. Questo dolce ricordo è comune a molti: alcuni si sono ritrovati i dolcetti nel giardino.

A circa 50 km di distanza da Angelo e Adolfo, in una piccola provincia di Bergamo, c’era una tredicenne di nome Gina. Lei lavorava, era una sarta. Poi quel 25 Aprile nel paese hanno cominciato a circolare voci e dagli altoparlanti si è poi capito che la guerra era finita. Gina si ricorda bandiere, carri, campane per il borgo. Era una grande festa, tuttavia, “ una festa più dei grandi che dei piccoli”, puntualizza la sarta cresciuta.

C’era  tanta rabbia e voglia di vendicarsi per tutto quello che le famiglie avevano subito. Nelle zone di campagna infatti, i contadini venivano pagati con il frumento, ma spesso ricevevano dal padrone troppo poco per sfamare la famiglia. “Non c’era nemmeno il sale per la polenta” si ricorda Gina, arricciando il naso, era davvero un periodo difficile per molti. Tutto era controllato dai fascisti, che imponevano la divisa a scuola, la tessera del partito: insomma “i capi fascisti avevano in mano tutto.” Per questo, quel 25 aprile, le famiglie si sono sentite finalmente libere da quel giogo, libere di dire “adesso comandiamo noi” e l’hanno voluto dimostrare. Per vendicarsi dei soprusi, certi bergamaschi hanno messo delle donne fasciste su un carro, hanno tagliato loro i capelli e le hanno fatte girare per il paese. Molti poi sono entrati nel comune e hanno buttato all’aria tutte le carte, documenti, regolamenti del partito. Gina fa una smorfia quando mi racconta di questi atti, che non si sa se giudicare deplorevoli o giustificati, date le violenze subite.

La situazione nel paese di Gina non era però totalmente cambiata dopo quel giorno, “ci è voluto del tempo” per rimettersi in piedi: una data non sancisce la fine di una guerra.

Anche Suor Laura si ricorda l’asprezza di quel periodo. Al tempo quello che si doveva fare era: “Sentire, ascoltare e tirare dritto”, se non si voleva fare una brutta fine. Non c’era libertà di giudizio, era tutto controllato. Si doveva lottare per avere “un pezzettino del proprio paese”, c’erano grandi ingiustizie, soprattuto per quelle famiglie povere che non avevano da mangiare. Si viveva nella paura delle bombe, sopratutto quando passava l’aeroplano,  il “Pippo” –  mi dice Suor Laura ridacchiando-.  Per questo anche nel suo paese la gente si è sentita libera e felice il 25 aprile, perchè finalmente sembrava che si fosse aperto uno spiraglio di luce. “Erano contenti quelli che credevano nella salvezza dell’Italia”, mi ricorda. Anche da lei però c’è chi si è vendicato dei fascisti, sempre con un taglio di capelli e un giro per il paese.

Insomma, il 25 Aprile è rimasto nella mente e nel cuore di molte persone. Mi ha colpito molto il ricordo di certi dettagli, che non potranno essere rimossi da questi bambini cresciuti ed è giusto così. Non si possono dimenticare certe cose che fanno parte della nostra storia. Siamo fortunati che abbiamo ancora gente che ha visto con i propri occhi quel periodo, che si nascondeva per il coprifuoco alla sera. Ognuno di loro mi ha lasciato qualcosa, frammenti di un’epoca che non deve ripetersi.

Ah, il bimbo che pescava e la sarta ora sono i miei nonni.