Barbara Tibaldi, Fiom: “Rimettere il lavoro al centro di quella che deve essere una vita dignitosa”

Barbara Tibaldi, Fiom: “Rimettere il lavoro al centro di quella che deve essere una vita dignitosa”

25 Aprile 2019 0 Di il Cosmo

di Deborah Villarboito –

Quale è il significato attuale del Primo Maggio? Ne ha ancora uno? In un momento di forte incertezza e di numeri molto scoraggianti legati al lavoro, viene da chiedersi quale significato abbia attualmente una celebrazione del genere. L’abbiamo chiesto a Barbara Tibaldi, membro della Segreteria Nazionale della Fiom. «Tutte le ricorrenze hanno una sola finalità: ricordare perchè sono nate. Il Primo Maggio nasce dalla conquista delle 8 ore. Si diceva 8 ore di lavoro, 8 ore di svago e 8 ore di riposo, una risposta di libertà ed emancipazione anche dal lavoro. Era l’idea che non fosse possibile vivere tutta la vita lavorando e poi andando a dormire – spiega Barbara – Ti distrugge, ma queste erano le condizioni. La domanda è: oggi questa emancipazione esiste ancora o siamo tornati indietro? Questi anni di crisi hanno fatto sì che le aziende riducessero il personale e adesso stanno sul mercato producendo le stesse cose con meno persone. Quindi la maggioranza dei lavoratori si ritrova a dover fare diversi turni di lavoro, compresi sabato e domenica e molti straordinari, a volte con flessibilità diverse, non pagati».

Una croce soprattutto il settore giovanile in cui «I giovani sono sempre a disposizione perchè non avendo un lavoro fisso quando stanno per un certo periodo dentro ad un’azienda sono sempre disponibili a fare di più perchè sperano di essere confermati. Se sono precari sono chiamati a qualunque ora o per qualunque lasso di tempo. Devono correre, perchè la loro è una vita a chiamata. Quella libertà di un ritmo di vita che riconsegnò ai lavoratori il diritto a studiare, stare con la famiglia, ad avere altri interessi oltre al lavoro è seriamente messa in discussione. Sia per i più maturi, soprattutto per i più giovani».

Perchè allora la necessità di una ricorrenza del genere, se lo scenario è questo? «Vale la pena celebrare il Primo Maggio, perchè la voglia di emancipazione non c’è più. Ora grazie alla crisi politica ed economica è stata di nuovo messa in discussione. Il modo in cui si celebra può essere messo sicuramente in dubbio. Sono sicura che celebrare una ricorrenza serva a ricordarne le ragioni – continua – È importante che le persone comincino a sentirsi un po’ meno sole e ritrovino in qualche modo il coraggio di mettersi insieme per rivendicare una migliore condizione, un diritto. In questo c’è una responsabilità anche della classe lavoratrice. Quando parliamo di mettere al servizio del mercato, qualunque parte della vita delle persone, allora lì la responsabilità non è dei lavoratori. Quando sei in pessime condizioni, ma l’unico lavoro che hai è quello lì, interinale, in quella fabbrica e per vivere dei lavorare, scelte non ne hai. Una continua situazione di solitudine e ricatto. Quando sei sotto scacco e solo non scegli. La condizione per poter scegliere è essere indipendente, in qualunque aspetto della vita».

Il tutto frutto di un sistema viziato da un nuovo modo i sfruttare il lavoro: «Dire che ce l’hanno fatta le aziende che sono state più disinvolte nei comportamenti nei confronti delle persone negli ultimi anni è sbagliato. In questo periodo anche di crisi dura si sono salvate quelle aziende che sono state così brave da mantenere gli investimenti e una progettualità. Quelle che hanno navigato a vista, cercando di risicare sull’orario delle persone, sullo stipendio, non sono quelle che ne sono uscite rafforzate. Mettersi “insieme con giustizia”, rivendicare un vantaggio della tua posizione o un tuo diritto è una cosa che fai quando stai bene. I lavoratori si sono aggregati anche di fronte a difficoltà straordinarie. Ciò che le mette insieme non è il sentirsi al sicuro, ma la determinazione e la fiducia di poter cambiare lo stato delle cose. Quello che manca in questo Paese è questo. Manca tra i giovani, in politica, nel lavoro. Bisogna rimettere il lavoro al centro di quella che deve essere una vita dignitosa e democratica».

Ma come fare se è il sistema stesso il problema? Da anni è in atto una vera e propria diseducazione al lavoro: «Non ci dobbiamo dimenticare che nell’ultimo ventennio c’è stata un’operazione enorme di comunicazione fatta dalla politica che ha spiegato a tutto il mondo che il lavoro salariato non esiste più, che chi ha un impiego è un privilegiato. Sono arrivati all’infamia di spiegarci che i figli erano precari perchè i padri erano così egoisti da mantenere i loro diritti e privilegi. Questa cosa negli anni ha disarmato le persone abituandole a non pensare più che il lavoro e come si lavora sia un paradigma del valore che ti viene dato come cittadino. Siamo cresciuti in decenni di conquiste in cui se avevi dei diritti nel posto del lavoro era perchè li potevi avere anche nella società. Il lavoro era parte integrante della vita. Era parte del profilo del diritto del cittadino: non potevi essere libero, essendo un lavoratore schiavo. Liberarsi dalla schiavitù del lavoro ha aiutato a creare cittadini liberi. Questa cosa è stata smontata con mezzucci, dicendo che gli operai non esistono più, che lavorare era un privilegio, che i giovani non potevano lavorare perchè esisteva una rete di diritto solo per i più vecchi. Inoltre, si è creata una divisione tra generazioni – conclude – Abbiamo il progetto di tornare nelle scuole superiori per raccontare loro di che cosa è lavorare con i diritti. Per ricominciare a parlare con i giovani, poiché non c’è più un legame tra le lotte, le conquiste fatte e il vuoto di oggi. Va ricostruito, facendo parlare i padri con i figli per rafforzarli».