Gabriella Dorio: “Ai ragazzi di oggi mancano le basi, sono sempre più fermi”

Gabriella Dorio: “Ai ragazzi di oggi mancano le basi, sono sempre più fermi”

25 Aprile 2019 0 Di il Cosmo

di Deborah Villarboito –

Gabriella Dorio è stata una delle nostre ragazze prodigio dell’atletica leggera. Scopre la passione per la corsa negli anni ’70, dove inizia a vincere fin da subito. Unica mezzofondista italiana riuscita a vincere in una manifestazione “globale”, è entrata nella storia alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984 conquistando l’oro nei 1500 metri in 4:03.25. Cinque giorni prima era finita quarta negli 800. Alla terza rassegna olimpica ha centrato il podio, ma già nelle due precedenti aveva ottenuto buoni piazzamenti: sesta nei 1500 nel 1976, quando aveva solo 19 anni; quarta sulla stessa distanza nel 1980. Cinque le finali a cinque cerchi a cui ha preso parte. Prima italiana a superare il “muro” dei 2 minuti sugli 800, con 1:57.66 in una riunione internazionale a Pisa nel 1980, tuttora record italiano, così come il suo 3:58.65 nei 1500 dal 1982. Attualmente è capitano delle squadre giovanili, segue tutti gli Azzurri Under 20: «Cerchiamo di dare le direttive per farli crescere bene non solo sportivamente, perchè quando hanno la maglia azzurra addosso sono esempio per gli altri e quindi devono comportarsi bene».

«Ho iniziato a correre con la scuola attraverso la corsa campestre. Per un’occasione fortunata, sono stata scelta da una società per un Campionato Italiano a Roma. Ho vinto e qualche mese dopo, sempre nella Capitale, ho partecipato ai Giochi della Gioventù. Vinsi anche quelli e da lì non mi sono più fermata, mi piaceva troppo – racconta Gabriella Dorio – Ero portata proprio per le medie e lunghe distanze, anche per la mia conformazione fisica. Mi è sempre piaciuto correre. Se mi chiedevano di giocare, per me era correre. Ero una ragazzina molto timida, ma la corsa mi faceva sentire bene». Siamo negli anni ’70, nel contesto di una famiglia di contadini veneti, quando la giovane Gabriella decide che la corsa è il suo primo amore. L’inizio non è stato semplice, soprattutto con i parenti: «Ho dovuto lottare con la famiglia, perchè essendo una femmina dovevo stare a casa, non stava bene che andassi in giro a correre, però la nonna mi ha aiutato e quindi poi ci sono riuscita. Mio fratello più grande mi allenava, quindi ero seguita da lui e forse anche questo ha aiutato a farmi continuare, perchè i miei non volevano – spiega -Non c’era ancora quell’apertura, che c’è ora, anche se non completamente. Mi lasciavano correre, ma prima dovevo lavorare, studiare. Non davo fastidio a nessuno, mio padre a volte mi accompagnava alle gare, mia madre invece avrà visto due gare dal vivo, per non fare differenze con altri fratelli».

Un agonismo e una fame di vittoria che oltre a molti ricordi belli, ne ha lasciati anche alcuni meno piacevoli: «Nella mia carriera sono state tante le cose belle, così come quelle brutte. Tra le esperienze più significative ricordo i Giochi della Gioventù e le Olimpiadi. Esperienze in cui vedo che le nostre ragazze sono in difficoltà. Sicuramente correvo forte. Quella di cui mi è rimasto un ricordo più negativo sono stati i Moniali di Helsinky, dove stavo benissimo, mi sentivo da medaglia d’oro. Qualche giorno prima non sono riuscita a recuperare dalle batterie precedenti e avevo qualche valore basso. All’epoca difficilmente si facevano visite per capire come stavi e i medici erano inesistenti. Non mi piazzai bene e la cosa ancora mi brucia».

Il segreto del successo? Non solo un fisico allenato, ma anche una mente forte: «Sono forte di testa, ma perchè mi sono allenata e ho lavorato per esserlo, per controllare la mia emotività prima e durante la gara. Non è poco. Vedo ora ragazzi che sono intimoriti dalla gara e non riescono a tirare fuori quello che hanno dentro ed è un peccato. Su questo bisogna lavorare, non è che uno ci nasce. Ero bravissima a controllarmi. Se penso a cosa mi manca di più ora era la sensazione due ore prima della gara, quando la tensione è al massimo. Mi sentivo forte e potente perchè riuscivo a controllarla al massimo e a governare me stessa».

Un problema che da capitano delle nazionali egli azzurrini sta riscontrando Gabriella Dorio: «Partiamo da una base più scarsa: i ragazzi sono sempre più fermi. Io ero più forte perchè mi muovevo tutto il giorno: correvo, lavoravo, giocavo… quindi fisicamente ero più forte. Il tipo di vita che fanno i ragazzi adesso è troppo poco. Fare solo un’ora e mezza di allenamento quattro volte a settimana è troppo poco. Correvo a piedi nudi, quindi li avevo più forti, non avevo bisogno dei lavoretti propedeutici specifici. Ero fisicamente con una base di partenza molto forte.

Bisogna partire dalla scuola. La situazione italiana è zero assoluto nell’educazione fisica. Se pensiamo anche che questi ragazzini stanno anche otto ore a scuola, ne escono stanchi e non hanno tempo per altro. Ci sono Paesi in cui l’orario scolastico è solo di quattro ore, inframezzate da un quarto d’ora di gioco come pausa tra un’ora e l’altra. Se non capiamo questo, non avremo mai dei ragazzi svegli e preparati. Anche fisicamente avranno sempre più problemi, perchè deboli. Se non capiamo che la scuola è importante anche sotto questo aspetto, è grave. Ci sono tanti progetti a macchia di leopardo, ma non una direttiva dall’alto che indichi la via. Ne va della salute dei nostri ragazzi. Bisogna lasciare i bambini liberi di giocare e di sporcarsi. Se no sarà sempre peggio, sono sempre più fermi. Ci dobbiamo mettere in testa che la scuola deve intervenire, perchè è quella che li ha più sott’occhio durante l’anno – conclude – Inoltre, chi fa atletica sa organizzarsi nel tempo. Riesce a studiare ed allenarsi. Quindi vuol dire che lo sport fa qualcosa non solo a livello fisico».