Il rapporto Muller è l’inizio della fine per Donald Trump?

Il rapporto Muller è l’inizio della fine per Donald Trump?

25 Aprile 2019 0 Di il Cosmo

di Martina Cera –

Il Report on the investigation into Russian interference in the 2016 Presidential election, noto anche come “Rapporto Mueller” dal nome del procuratore speciale che ha indagato sulle interferenze della Russia nella campagna elettorale statunitense del 2016, è stato diffuso lo scorso 18 aprile. Si tratta, come sottolineato dal New York Times, di uno degli eventi più importanti della storia della politica americana dalla fine della Guerra Fredda ad oggi: un Paese terzo – e non uno qualunque, che si intromette in maniera deliberata e sistematica per favorire un candidato alla presidenza degli Stati Uniti rispetto ad un altro. Secondo il Rapporto il mezzo utilizzato dai russi è stata la diffusione di notizie false sul web e il furto di documenti e di e-mail prodotti da Hillary Clinton e dal suo comitato, poi pubblicati da Wikileaks.

Nelle 448 pagine di rapporto emerge come il Presidente, che ha sempre rifiutato di farsi interrogare dalla squadra di Muller, abbia provato in molteplici casi a pilotare le indagini in suo favore – per esempio attraverso il licenziamento dello stesso procuratore o incaricando della supervisione un uomo di fiducia, ma senza successo. L’opposizione dello staff presidenziale, in questo senso, è stata cruciale.

La versione del rapporto diffusa il 18 di aprile risultava ampiamente censurata  per tutelare indagini in corso e la privacy di alcune persone, ma già due giorni dopo il Democratico Jerry Nadler, presidente della Commissione Giudiziaria della Camera degli Stati Uniti, ha chiesto che alla Camera venga fornita la visione integrale del documento. La sua richiesta è stata, per ora, è stata giudicata “prematura” dal Dipartimento di Giustizia, che l’ha respinta. Se il rapporto dovesse essere reso pubblico nella sua interezza è probabile che la posizione del Presidente si aggraverebbe ulteriormente. Leggendo la versione parziale, difatti, emerge come l’intero comitato elettorale di Trump, il suo primogenito Donald Jr. e lo stesso candidato fossero a conoscenza dell’interferenza, anche se le prove raccolte non sono sufficienti per parlare di una vera e propria cospirazione ai danni di Hillary Clinton o di un coordinamento con il Governo russo. Emblematica, in questo caso, la conclusione del documento:

 “Se dopo la nostra attenta analisi dei fatti fossimo convinti che il Presidente non abbia ostacolato la giustizia, lo renderemmo noto. Sulla base delle prove raccolte e delle norme non possiamo arrivare a questa affermazione. Di conseguenza, per quanto questo rapporto non concluda che il Presidente abbia commesso un reato, non lo esonera nemmeno”.

Il Rapporto, quindi, rimanda il giudizio all’unico organo in grado di approfondire l’analisi di quanto accaduto: il Congresso, facendo peraltro un chiaro riferimento alla procedura di impeachment.

Il fatto che parte delle conclusioni del documento fossero già note ha, in un certo senso, preservato il Presidente dall’esplosione di una bomba mediatica che avrebbe danneggiato la sua reputazione più di quanto già non lo sia. La possibilità che il Congresso decida di procedere mettendo Trump in stato d’accusa, tuttavia, è una concreta minaccia che nessun tentativo di depistaggio può arrestare.