Il sogno di Ghulam, lo sport oltre il buio: il baseball come opportunità di inclusione

Il sogno di Ghulam, lo sport oltre il buio: il baseball come opportunità di inclusione

25 Aprile 2019 0 Di il Cosmo

di Deborah Villarboito –

Ghulam Sarwar non ci vede, gioca a baseball e lo fa pure bene. Può fare storcere il naso o indurre al sorriso pensare che un sport come il “batti e corri” possa essere praticato dai non vedenti. In realtà è un movimento che si è sviluppato da più di 20 da uomini così appassionati del loro sport, che hanno deciso di renderlo accessibile a tutti. Ghulam arriva dal Pakistan in Italia nel nel 2001, a sedici anni. In terza media ha iniziato ad avere problemi di vista, scoprendo poi che si trattava di retinite pigmentosa, malattia già presente dalla nascita ma che si sviluppa in età adulta o nell’adolescenza. Degenerativa, pian piano ti porta la via la vista, in un conto alla rovescia in cui hai solo il tempo di abituarti all’idea. Ora ha 33 anni e vive a Brescia, dove oltre al lavoro da centralinista, sta costruendo un sogno.

La scoperta e l’incedere della malattia da parte sua e da coloro che lo circondavano non è stata semplice: «Durante il periodo delle superiori non avevo detto agli insegnanti dell’istituto tecnico che frequentavo del mio problema. Il primo anno sono riuscito a nascondere la cosa, nel secondo, con l’arrivo della pratica sui circuiti elettrici è stato più difficile. Durante un’esercitazione feci saltare un progetto, nel tentativo di spegnere il circuito non riuscivo a vedere dove fosse l’interruttore, fino a quando il professore non mi chiese “se fossi cieco…” Dopo averci pensato io dissi di sì e gli spiegai della malattia. Mi proibì di fare pratica e ne parlò al preside. I miei compagni iniziarono a farmi scherzi e a prendermi in giro. Divenni un giocattolo, quello disabile. Mi esclusero dai loro gruppi. Ho resistito poco più di due settimane», racconta Ghulam.

Anni pesanti, pieni di paure, ma una luce ha schiarito il buio che avanzava: «Quando ho conosciuto lo sport, ero in un periodo molto triste, perchè avevo passato alcuni anni chiuso in casa. Quando ho scoperto la mia malattia ho resistito circa un anno nel frequentare la scuola, che ho mollato quando ho detto ai miei compagni e agli insegnanti che avevo questo problema e in risposta hanno iniziato a schernirmi. Non ero abbastanza pronto moralmente. Non avevo il supporto di qualcuno che mi indicasse come affrontare questo tipo di disabilità. Poi è arrivato il baseball e crescendo ho capito di voler aiutare gli altri attraverso lo sport».

La scoperta nel 2006, frequentano un corso all’Istituto Non Vedenti di Milano. C’era anche una società sportiva che praticamente «mi ha obbligato a provare questo sport. All’inizio non volevo, io avevo giocato a cricket quando ero vedente da ragazzo. Un giorno sono andato a provare: non ci volevo credere, pensavo che fosse solo una cosa per fare passare il tempo alle persone che avevano problemi di vista. Tra l’altro stavo peggiorando in quel periodo, ma vedevo ancora un pochino. Riuscivo anche a percepire come si giocava – racconta – Quando ho provato, ho sentito le emozioni, tutto quello che si prova con uno sport. Ho iniziato a giocare con una squadra di Milano, imparando in fretta. Sono rimasto lì fino al 2014. In me era maturata l’idea di portare anche nella mia città, Brescia, il baseball per non vedenti. La volontà è quella di creare un’associazione che raccolga tutti gli sport per non vedenti partendo dal baseball».

Ecco allora che nel 2018 nasce la Leonessa BxC, il cui consiglio direttivo è composto per la maggior parte da persone non vedenti: «Il mio obiettivo, partendo da quello che ho vissuto su di me, è di portare fuori dalle loro case queste persone, poiché tendono a non essere attivi nel sociale, a chiudersi, soprattutto se hanno perso la vista in età adulta e tendono a non lasciarsi coinvolgere nelle cose. Il mio obiettivo era di metterle insieme tutte e dare la possibilità a chi voglia di fare qualcosa. Attraverso lo sport ho ricominciato a rapportarmi agli altri, a trovare nuovi amici, a vivere».

Un gruppo variegato e variopinto sotto l’egida della Leonessa BxC: «Da quando sono nel baseball per ciechi ho cercato mio piccolo di lavorare molto sui giovani. Nella mia squadra ci sono ragazzi dai 15 ai 57 anni, fortunatamente nel nostro sport non ci son differenze né di età, sesso o cultura. Sono contento dell’integrazione all’interno della nostra compagine, ci sono ragazzi che arrivano un po’ da tutte le parti del mondo. Vedo una squadra al completo, composta da vedenti, ipovedenti, non vedenti di più nazioni, di tutti i colori – poi continua, spiegando che – Puntiamo molto di andare nelle scuole dove ci sono ragazzi ciechi o ipovedenti a fare dimostrazioni, non per convincerli a venire a giocare a baseball, ma per lavorare anche con gli insegnanti di educazione fisica, che magari non fanno fare nulla a questi ragazzi poiché non ne hanno le competenze».

Un impegno che esce anche dai confini italiani: «Nel 2015 il mio sogno era di portare il baseball per ciechi anche nel mio Paese di nascita. Il risultato è stato che per una settimana una squadra proveniente dal Pakistan è rimasta da noi per qualche settimana. Grazie al nostro lavoro al momento sono cinque le squadre in Pakistan, che quest’anno fatto il primo campionato nazionale. Siamo riusciti a fare una squadra anche a Manchester – conclude Ghulam – Il nostro obiettivo è quello di portare il baseball ciechi anche nei Paesi dove le persone non vedenti non hanno la possibilità di praticare sport, per non lasciare che si chiudano in casa».