Cosa hanno in comune un rider vietnamita e un rider italiano?

Cosa hanno in comune un rider vietnamita e un rider italiano?

2 Maggio 2019 0 Di il Cosmo

di Federica Pirola –

Ad Hanoi, in Vietnam, i motorini sono considerati uno stile di vita, grazie ai quali si trasporta una sorprendente varietà di merci. Per le trafficate strade asiatiche, si possono vedere delivers portare sul proprio velocipede pile di bottiglie d’acqua, borse piene di ghiaccio, buste colme di fiori e, perchè no,  sacchetti con dentro pesci (vivi). Vederli all’azione ha suscitato subito l’interesse di un fotografo inglese, Jon Enoch, che ha chiesto loro se poteva fotografarli e così è nato un progetto che ha documentato per molti anni l’uso dei motorini in questa città. Dietro però i colori delle sue fotografie, si cela una realtà dura che forse ricorda un po’ la nostra situazione in Italia…

In questi anni, siamo di fronte a un aumento esorbitante del livello di inquinamento nelle città; è risaputo. Così, ad Hanoi hanno deciso di adottare una soluzione drastica: vietare l’accesso alle moto per la città. Il progetto è nato a luglio del 2017 allo scopo di migliorare la qualità della vita dei 7,7 milioni di abitanti e prevede entro il 2030 di vietare l’accesso di questi mezzi. Il governo vietnamita non avrebbe neanche tutti i torti, considerando che nel 2016 la zona di Hanoi era la seconda area più inquinata di tutta l’Asia. Per questo, il governo ha nella sua agenda la costruzione di nuove linee della metropolitana e altre misure come la piantumazione di quasi un milione di alberi e l’incoraggiamento a sostituire la benzina con biocarburanti più puliti.

Tuttavia, come sempre, la medaglia ha due facce. Pur essendo consapevoli del livello di inquinamento nella città, che obbliga molti motociclisti ad indossare delle mascherine, molti di questi riders sostengono che sarebbero persi senza questi mezzi di trasporto. Le Thį Houng, barista di 45 anni, ha rilasciato infatti un’intervista sul The Guardian, in cui sottolineava l’importanza di avere un velocipede per svolgere le più comuni attività, come portare i figli a scuola, andare al lavoro, vedere gli amici. Con la riforma, dovrebbe andare con un mototaxi fino alla fermata del pullman e da lì fare una serie di cambi per giungere alla sua caffetteria: il viaggio durerebbe più di un’ora e mezza, con la moto 20 minuti.

Nel frattempo, in Italia, è in atto una trattativa fra i noti riders, che trasportano cibo a domicilio, e il governo. Le posizioni sono distanti: ci sono i manager di queste piattaforme, sindacati confederali e collettivi di ciclofattorini. Quest’ultimi chiedono più diritti e contratti regolari, le aziende rispondono che la prestazione di lavoro richiesta è occasionale e non vincolata ad alcun onere. Così, più di 10.000 persone sono messe in ginocchio da un servizio che non li tutela e dalla necessità di continuare a lavorarci. Per questo, i riders sono definiti “l’emblema di una generazione abbandonata”, come sottolinea il Ministro Di Maio che ha promesso loro un miglioramento delle condizione lavorative.

Nonostante l’impegno preso dal governo, sono rimaste inascoltate le richieste dei fattorini che rimangono con un contratto iniquo, una paga indegna e senza assicurazione. Così, i riders, dopo una serie di proteste per le città italiane, hanno deciso di diffondere una blacklist di tutti i vip che ordinano regolarmente e non lasciano la mancia. Sul gruppo Facebook, Deliverance Milano, i delivers hanno scritto un lungo post, nel quale si legge uno sfogo rivolto ai personaggi famosi: “Sappiamo tutto di voi, che cosa mangiate, dove abitate e che abitudini avete.”. In questo modo, denunciano il lato oscuro delle aziende di delivery food che, come specificano i fattorini nel post, “Generano grande parte dei propri introiti, attraverso un enorme giro d’affari, che si basa sulla profilazione dei nostri dati”. Da questo urlo di protesta, dal sapore minatorio, si è levato un polverone di polemiche: dietro alle accuse fatte alle agenzie c’è la delicata questione della  privacy delle persone, che non deve mai essere violata (e sarebbe illegale farlo). La situazione è sicuramente incerta…

Detto questo, che cosa hanno in comune il vietnamita di prima che trasporta  kili di tappeti sulla sua moto e un rider italiano che lotta contro il governo? La disperazione di dover lavorare per vivere. Senza la loro moto, i vietnamiti non saprebbero con che altro mezzo muoversi, senza la propria bici il deliver non potrebbe portare cibo nelle case dei cosiddetti vip “braccine corte”. Ebbene, in entrambi i casi, pur essendo consapevoli dei rischi che corrono ( inquinamento alle stelle e una mancata assicurazione), sia in Vietnam che in Italia circolano uomini e donne sulle loro moto. Questo dimostra che cosa si è disposti a fare, quando non si ha scelta.

Uomini abbandonati, nella loro rabbia e frustrazione, ma che domani rimonteranno in sella alla loro moto, per vivere.