La classe operaia (non) va (ancora) in Paradiso

La classe operaia (non) va (ancora) in Paradiso

2 Maggio 2019 0 Di il Cosmo

di Elisa Torsiello –

Da Elio Petri a Paolo Virzì, la figura del lavoratore al cinema

Chiudete gli occhi, rilassatevi e pensate a quante volte avete visto il concetto di lavoro trattato al cinema: tra le tante immagini che vi sfileranno davanti, una vi invaderà la mente e per la sua potenza, paragonabile a quella di una luce abbagliante, è destinata a non lasciarvi più. È il primo piano alienato, stanco, di un Gian Maria Volontè dalla grandezza inimmaginabile nei panni di Lulù Massa in “La classe operaia va in paradiso”. Sin dalla sua uscita nel 1971, il film di Elio Petri si eleva a manifesto delle lotte operaie, dando voce – e volto – a uno sfruttamento che si ripercuote sulla vita dell’operaio dentro e fuori dall’ambiente lavorativo. Privato della sua umanità, il lavoratore diventa prima una marionetta tra le mani del capitalismo industriale fordista, e poi un ingranaggio della macchina stessa. Un’esecuzione delle proprie, reiterate, mansioni. costruita su immagine e somiglianza di quelle di un altro lavoratore divenuto parte integrante della catena di montaggio: quello immortalato da Charlie Chaplin nel suo capolavoro “Tempi Moderni” (1936). Nessun balletto, o schiere di operai che scivolano tra le macchine animano il film di Petri; qui gli uomini vengono amputati delle loro parti del corpo (Lulù perderà un dito, sminuendo la tragedia con un “non è una cosa grave”), e poi della loro interiorità, svuotata e sostituita da bulloni, viti, cacciaviti. “E questa è vita?!” chiede Massa nel corso di uno dei tanti consigli di fabbrica. La risposta, semplice e netta, è ovviamente “no”, la loro non è vita e allora beati chi, come Militina (e prima di lui Charlot) in quella fabbrica hanno perso la testa diventando matti.

Quelli che sfilano a passo cadenzato, sostenuto da una musica dodecafonica a opera di Ennio Morricone, non sono più esseri umani, ma automi che marciano come zombie verso una nuova, monotona e reiterante giornata. Un gruppo di lavoratori che tanto deve a quello non meno malinconico e alienato di “Metropolis” (Fritz Lang, 1927). A tentare di infondere di nuovo linfa vitale a questo gruppo distrutto e disilluso è il movimento sindacalista che li sprona, uno a uno, dalla fessura di un megafono a ribellarsi al potere e ritrovare così un briciolo di umanità. Quelli di “La classe operaia va in paradiso” sono gli anni del post-boom economico, di fiumane di uomini e donne che lasciano i propri paesi per dirigersi al nord alla ricerca di una vita migliore come se stessero inseguendo il sogno americano. Ma sono anche gli anni della rivoluzione sindacale, dei movimenti dei lavoratori, degli attentati. Sogno e incubo danzano avvinghiati su un’Italia usata come pista da ballo, mentre i lavoratori assemblano e costruiscono a ritmo serrato, cullati nell’illusione – proprio come Lulù – di una falsa felicità fatta di oggetti-simbolo del consumismo del tempo (televisioni, lavatrici, automobili) pagati a suon di retribuzioni a cottimo. Attraverso le turbolente vicissitudini di Lulù, la pellicola di Petri si propone come un ironico ritratto della classe operaia nell’Italia di inizio anni Settanta e del disagio del singolo individuo, oppresso e schiacciato da una strisciante disperazione quotidiana. Il posto di lavoro presentato come forma di riscatto e paradiso dei sogni, si tramuta in asfissiante prigionia da cui tentare di scappare e ogni volta ritrovarsi divorati dalle sue fauci.

Una situazione, quella narrata da Petri, che se riportata ai giorni nostri non risulta per nulla mutata, semmai acuita. Là dove esiste il lavoro, mancano le condizioni di sicurezza, mentre dove scarseggia ecco fare la loro entrata in scena giovani impegnati a sbarcare il lunario tra precarietà, sfruttamento e lavori a nero. Con meno incisività, ma con analogo e grottesco sarcasmo, Paolo Virzì registra nel suo “Tutta la vita davanti” un altro capitolo dell’essere lavoratore in Italia. Un lavoratore 2.0, con cuffie alle orecchie e costretto suo malgrado a vendere specchi per le allodole pur di ricevere il tanto agognato – e misero – stipendio. Cambiano le condizioni di lavoro, gli anni, le aziende, ma l’alienazione a cui rischia di andare incontro la talentuosa e promettente Marta non sembra essere cambiata dai tempi di Lulù Massa. Umile, curiosa e un poco ingenua, la ragazza – laureata con lode – si vede chiudere in faccia le porte del mondo accademico ed editoriale, per poi ritrovarsi costretta a lavorare prima come baby-sitter della figlia della sbandata e fragile Sonia (Micaela Ramazzotti) e poi nel call center della Multiple, azienda specializzata nella vendita di un apparecchio di depurazione dell’acqua apparentemente miracoloso.

E anche questa la classe operaia al paradiso dovrà accontentarsi di una misera realtà.