Mamme italiane: le equilibriste d’Europa

Mamme italiane: le equilibriste d’Europa

2 Maggio 2019 0 Di il Cosmo

di Alessandro Pignatelli –

Il figlio porta molte neo mamme a rinunciare alla carriera professionale. Il 37% delle donne tra i 25 e i 49 anni con almeno un figlio risulta inattiva. Colpa della scarsa rete per la prima infanzia e del poco sostegno per chi invece, coraggiosamente, decide di diventare mamma. Eppure, sempre in Italia, per la nova volta consecutiva dal 2008, la denatalità ha toccato un nuovo record. Siamo tornati ai livelli del 2004 dopo che nel 2009 si era invece raggiunto l’apice.

Purtroppo, il tasso di disoccupazione delle donne del Bel Paese è preoccupante, tra i più alti d’Europa. Pesano gli scarsi servizi educativi per l’infanzia, le discriminazioni nel mondo del lavoro, il fortissimo squilibrio di carichi di lavoro tra mamme e papà. L’analisi è di ‘Save the Children’ e si chiama ‘Le Equilibriste: la maternità in Italia’. L’Istat, per l’associazione, ha anche stilato una classifica delle regioni dove si fanno più o meno figli, attraverso undici indicatori. Diciamo subito che continua a esserci una forte differenza tra il Nord e il Sud. Su, ci sono le regioni più virtuose; giù ci sono pochi e carenti servizi a sostegno della maternità.

Le Province Autonome di Trento e Bolzano sono ancora una volta al primo e al secondo posto, poi Val d’Aosta, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia e Piemonte. L’Emilia Romagna era prima nel 2008 e ora è quarta. Al Sud, fanalino di coda in materia di ‘mother friendly’ c’è la Campania, che perde due posizioni rispetto al 2008, preceduta da Sicilia, Calabria, Puglia e Basilicata. Raffaella Milano, direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children, commenta: “E’ inamissibile che in un Paese come il nostro, dove il numero dei nuovi nati è in costante diminuzione, si riservi così poca attenzione alla maternità e che le mamme debbano affrontare in solitudine ostacoli continui legati alla cura dei figli, alla conciliazione di vita familiare e lavorativa. Sappiamo che i primi ‘mille giorni’ sono fondamentali per la crescita di un bambino, eppure proprio in questo periodo manca l’assunzione di responsabilità pubblica”.

Il divario tra Nord e Sud risulta evidente nelle tre macro categorie esaminate: cura, lavoro e servizi per l’infanzia. Nel primo caso, fino al 2012, ci sono stati evidenti miglioramenti dappertutto. La Basilicata è la peggiore regione come performance, preceduta dalla Puglia, dall’Abruzzo e dalla Sardegna. Da registrare la Sicilia (11esima) e la Campania (16esima), che hanno risalito posizioni. La seconda area è quella del lavoro femminile, dove troviamo Trento e Bolzano sempre ai primi due posti, poi Val d’Aosta, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. La Sicilia è ultima, prima ci sono Campania, Calabria, Puglia e Basilicata.

Il tasso di disoccupazione è peggiorato sensibilmente per le giovani tra i 25 e i 34 anni (-6%), è migliorato leggermente nella fascia d’età 35-44 anni (+0,9%), è largamente aumentato per le donne tra i 45 e i 54 anni (+7,1%). Un altro dato inquieta: un terzo di chi non ha mai lavorato e non ha neanche cercato è rappresentato da chi è mamma.

Per quanto riguarda i servizi educativi per l’infanzia, Trento è prima, poi Val d’Aosta, Friuli Venezia Giulia, Toscana e Marche. Ultimo il Lazio, preceduto da Sicilia, Calabria, Campania e Basilicata. I bambini sotto i tre anni, accolti in strutture comunali o comunque finanziate dai Comuni, vanno dal 18,3% del Centro al 4,1% del Sud. Nel Nordest e nel Centro, tra strutture pubbliche e private, siamo al 30%. Il Nordovest ai attesta al 27%. Sud e Isole sono a 10 e 14 posti per cento bambini residenti.

“L’Italia è nella fascia dei Paesi più avanzata al mondo per quel che riguarda l’assistenza sanitaria alla maternità; tuttavia, anche sul piano strettamente sanitario, ci sono sensibile differenze territoriali e, in termini più ampi, la maternità è ancora una sfida nella quale le mamme sono vere e proprie equilibriste tra la vita privata e il mondo del lavoro. Fondamentale passare da interventi spot e una tantum, sostanzialmente privi di efficacia, a un piano di sostegno strutturato” conclude Raffaella Milano.