Siamo sempre più pigri? Ecco l’impero delle consegne a domicilio

Siamo sempre più pigri? Ecco l’impero delle consegne a domicilio

2 Maggio 2019 0 Di il Cosmo

di Deborah Villarboito –

Sono stati18,9 milioni gli italiani che lo scorso anno con regolarità (3,8 milioni) e occasionalmente (15,1 milioni) hanno consumato a casa cibo ordinato tramite una piattaforma web da ristoranti e pizzerie. È quanto emerge da una analisi Coldiretti/Censis sul food delivery che si classifica come il settore più dinamico della ristorazione. Nel 2018, sottolinea Coldiretti, più di un italiano su tre ha ordinato dal telefono o dal pc pizza, piatti etnici o veri e propri cibi gourmet, con sempre più ristoranti di qualità entrati nel giro delle piattaforme come Just Eat, Foodora, Deliveroo, Bacchette Forchette o Uber Eats, solo per citare le più note, accanto alle quali si sono sviluppate numerose realtà locali.

In cima alla lista delle motivazioni di ricorso al cibo a domicilio, rileva lo studio, c’è il fatto di essere stanchi e non avere voglia di cucinare (57,3%), ma c’è anche un 34,1% che indica di farvi ricorso in caso di cene con amici e parenti per stupire i commensali con piatti di qualità. La possibilità di farsi arrivare le pietanze pronte a casa facilita in questo modo l’organizzazione di momenti di convivialità anche quando non si avrebbe il tempo per mettersi ai fornelli. Non manca chi punta sul cibo per allietare le serate in casa (32,6%), chi non ha tempo di prepararsi da solo i pasti (26,5%) e chi non vuole rinunciare alla buona cucina senza dover uscire (24,7%) oltre a quelli desiderosi di provare piatti nuovi e originali (18%) e quelli che non sanno cucinare (6,9%).

A facilitare il ricorso al food delivery c’è il fatto che i tempi di consegna sono in alcuni casi prefissati e non superano i sessanta minuti ma è anche possibile stabilire una fascia oraria precisa mentre per quanto riguarda il pagamento è diffuso quello on line e non sempre è possibile quello in contanti. Il trasporto avviene principalmente in bicicletta ma anche con motorini per ovviare ai vincoli delle zone centrali a traffico limitato delle grandi città. Il boom del cibo a domicilio nelle case degli italiani ha portato però un’accesa competizione sui costi tra le diverse piattaforme con offerte gratuite di trasporto, promozioni e ribassi, che rischia a volte di ripercuotersi sull’intera filiera, dal personale ai conti dei ristoratori fino ai loro fornitori dei prodotti agricoli e alimentari. Non a caso quattro italiani su dieci (38,1%) che ordinano il cibo sulle piattaforme web ritengono prioritario migliorare il rispetto dei diritti del lavoro dei riders, i fattorini che portano i piatti nelle abitazioni.

Oltre alle condizioni dei lavoratori, sono diversi gli aspetti del food delivery che andrebbero cambiati a giudizio di chi fa ricorso a questo tipo di piattaforme. Il 28% di chi riceve il cibo a casa richiama l’esigenza di una maggiore sicurezza dei prodotti durante il loro trasporto garantendo adeguati standard igienici, evitando ogni contaminazione e preservando la qualità del cibo, ma c’è anche un 25,3% che chiede alle piattaforme web di promuovere anche la qualità dei prodotti e degli ingredienti che propongono nei loro menù di vendita, e un altro 17,7% vorrebbe migliorare anche l’utilizzo di prodotti tipici e di fornitori locali. Il settore della ristorazione è stato protagonista, negli ultimi anni, di una trasformazione radicale, trovando nella consegna a domicilio e nell’ordine tramite App le maggiori opportunità di crescita. Questo insight analizzerà il mercato del Food Delivery inteso come naturale evoluzione del mercato della ristorazione.

A partire dal 1996 furono creati i primi servizi di online grocery come WebVan e Homegrocer. Il successo iniziale fece pensare a un futuro roseo e portò alla quotazione in borsa di molti servizi di questo genere, tuttavia il calo delle vendite e lo scoppio della bolla tecnologica portò la maggior parte delle aziende al fallimento. Nonostante questi eventi, non si arrestò la rivoluzione tecnologica e a partire dagli anni 2000 nuove tipologie di servizi si sono affermate e hanno visto una crescita pressoché continua. Per rimanere al passo con i tempi e a seguito dei ritmi di vita sempre più frenetici molte aziende della GDO hanno iniziato a offrire servizi di acquisto via internet e di consegna della spesa.

Molti supermercati hanno deciso di adottare fin da subito i nuovi canali distributivi online. In Italia i primi ad adeguarsi a tale trend sono state Coop e Esselunga. Il servizio di grocery delivery ha riscosso molto successo nelle grandi città come Milano e Roma sin dagli anni ‘90: esso si adatta sia alle esigenze di chi non si può spostare per andare nei punti vendita, sia a quelle di chi vi si reca fisicamente ma richiede la consegna dell’ordine a casa in un secondo momento. I target principali di questo servizio sono la fascia di anziani e disabili, ma anche e sempre più progressivamente, donne lavoratrici. Le opportunità che ne derivano per le imprese sono numerose: la clientela si fidelizza, il marchio si fortifica ed è più semplice acquisire nuovi clienti sfruttando il vantaggio competitivo di essere fra i first movers. Inoltre, la percezione del brand da parte dei consumatori è migliore perché appare più interessata all’impatto sociale, anche grazie all’offerta di scontistiche particolari per anziani e disabili. Per ottenere questi vantaggi, i supermercati devono però confrontarsi anche con degli svantaggi: l’offerta di questo tipo di servizio richiede un ingente investimento di denaro per sostenerne i costi, ne segue un’importante riduzione del margine di guadagno sulle consegne e la perdita degli articoli freschi nelle consegne fallite.

Foodora e Deliveroo, non solo permettono di scegliere il cibo fra vari negozi ma si occupano anche della logistica. Questa evoluzione ha permesso anche ai negozi più piccoli e con meno clientela di accedere alla vendita online. Il leader indiscusso è JustEat, azienda danese nata nel 2001 e oggi attiva in 13 paesi del mondo, con un fatturato di 247.6 milioni di sterline nel 2015 e quotata in borsa nella London Stock Exchange. In cinque anni l’azienda ha visto crescere i dipendenti del 90% e i “takeaway restaurant” si sono quadruplicati raggiungendo la quota di 4.500 in oltre 400 comuni italiani.