Stanislav Ricci e la sua dipendenza: “Non posso più stare senza giavellotto”

Stanislav Ricci e la sua dipendenza: “Non posso più stare senza giavellotto”

2 Maggio 2019 0 Di il Cosmo

di Deborah Villarboito –

Fisico imponente, con 1 metro e 98 di altezza abbondante, Stanislav Ricci si sta ritagliando abbastanza velocemente il suo posto al sole tra i grandi risultati dell’atletica paralimpica. A 35 anni, si è approcciato solo nell’ultimo anno e mezzo ai lanci, specializzandosi nel giavellotto, che lo ha portato già a fare suoi alcuni titoli italiani. Da poco entrato nel mondo paralimpico, nel 2016 ha subito l’amputazione transfemorale della gamba destra. «La mia seconda vita è appena iniziata. Una volta ottenuta la protesi sono subito partito in quinta. Non sono più giovanissimo, a differenza dei miei pari categoria che sono tutti più piccoli. Mi devo in qualche modo sbrigare, essere abbastanza veloce con i risultati. Ho una motivazione in più rispetto agli altri: non ho molto tempo. Poi la differenza si sente, soprattutto nel recupero – racconta il lanciatore – Ho una formazione sportiva molto rigida. Sono nato in Russia, in Siberia, sotto il Comunismo, dove lo sport era veramente importante. Poi, di natura, in famiglia siamo molto competitivi. Quando mi cimento in qualcosa cerco di dare il 120%, soprattutto quando arrivano i risultati».

Storia dalle molte vite quella di Stanislav, che ha già ricominciato parecchie volte il suo percorso: «Mio padre era italiano, si trovava in Siberia per motivi di lavoro. Mia madre, invece è russa. I primi 10 anni della mia vita li ho passati lì. In realtà non ho sofferto molto il regime, perchè nella mia famiglia hanno sempre fatto tutto per garantirmi il massimo che si poteva avere, non mi hanno mai fatto mancare nulla, anche se con molti sacrifici. Prima della caduta del Comunismo, io non potevo uscire dallo Stato – continua – I miei genitori sì, io no. Una volta crollato il regime, mio padre terminò il suo ciclo lavorativo in Russia e con me e mia madre tornò in Italia, a Viterbo, città di origine dei miei nonni. Il cambio è stato un po’ traumatico. Venivo totalmente da un’altra realtà, completamente, anche a livello di scuola, di rigore. È stato difficile anche perchè io non parlavo una parola di italiano. Mio padre, nonostante questo, mi mandò a scuola subito, in prima media».

La grinta di Stanislav Ricci lo ha aiutato in questo, portandolo all’integrazione nella sua nuova patria. Poi una nuova svolta: «Dopo l’incidente mi sono fatto otto giorni di coma farmacologico, perchè oltre all’amputazione, il danno più grave è stata la rottura dell’osso frontale del cranio, che ha causato un grosso ematoma al cervello. Quando mi hanno risvegliato ero in rianimazione. Mi sono trovato legato, con una gamba sola e l’altra fasciata. Vista la mia altezza, si capiva che ne mancava un pezzo. Mi ero già reso conto prima che me lo dicessero della cosa – spiega ridendo – Stupii anche i medici per la mia lucidità, poiché non risentii del così detto “arto fantasma”. Sono stato subito consapevole delle mie condizioni. Dopo nove giorni dalla seconda amputazione, sopra al ginocchio, sono voluto tornare a casa. Per me era la prima volta in ospedale e sono uscito con 280 punti. Il mese dopo giravo già per i centri protesi. Dovevo tornare verticale e ho iniziato subito con le terapie per rimettermi in piedi».

Dopo essersi rimesso in verticale, è stata la volta di una nuova sfida: «Mi sono approcciato al Comitato Italiano Paralimpico e mi sono informato subito per fare dello sport. Inizialmente volevo correre, è la prima cosa che viene in mente ad un amputato, oltre ad essere la più difficile. Ma la mia altezza non mi permette di essere molto competitivo. Allora ho provato a lanciare il giavellotto e mi sono innamorato. Non riesco a pensare ad altro adesso. Per me è diventato come respirare. Se non vado ad allenarmi almeno tre volte alla settimana mi sento male, vado in astinenza – spiega ancora – Questa esperienza mi ha portato ad essere estremamente positivo. Prima ero più negativo, ora vedo sempre il bicchiere pieno».

Grandi sogni per un atleta emergente: «Gli obiettivi sportivi sono di livello internazionale. Attualmente sono primo nel ranking. Purtroppo nelle gare importanti come quella di Dubai di novembre, gli accorpamenti che fanno non sono proprio il massimo: siamo mescolati con altre categorie che obiettivamente sono avvantaggiate, come gli amputati transtibiali. A Grosseto invece, al Meeting Internazionale di Atletica Paralimpica di giugno, spero di farcela, almeno con il minimo. Non è da escludere nulla, ho avuto un incremento davvero importante».

Quello che conta è rimanere in piedi sempre e comunque per Stanislav: «Inizialmente avevo accettato di lanciare da seduto, poiché sono amputato destro e sono destrorso. Non ho la spinta di anca. Ma poi non ho voluto essere classificato come amputato da seduto. Io riesco a calzare la protesi e voglio rimanere in piedi. Mi dà una soddisfazione maggiore, l’altro modo non me ne regala proprio. Non la trovo nemmeno giusta come cosa: riesco a fare praticamente tutte le cose da in piedi ed è giusto che io le faccia in verticale, anche nei confronti di chi non ha questa possibilità. Resisto, sto in piedi e spero di fare dei risultati internazionali. L’arrivo per tutti è quello: le Paralipiadi – conclude – Poi il prossimo anno ci sono anche gli Europei che spero di fare. Si lavora sempre per il massimo, non ha senso accontentarsi in un certo senso. Questa disciplina non è solo forza, è il meno, la tecnica fa tutto. Arrivare a questi risultati, che non riescono a raggiungere nemmeno i normodotati, mi fa sentire soddisfatto e appagato, mi fa andare avanti cercando sempre di più».