USA – Iran: continua il braccio di ferro dell’amministrazione Trump

USA – Iran: continua il braccio di ferro dell’amministrazione Trump

2 Maggio 2019 0 Di il Cosmo

di Martina Cera –

La strategia di massima pressione messa in atto dagli Stati Uniti d’America contro l’Iran, con l’obiettivo dichiarato di ritornare al tavolo dei negoziati per strappare un accordo che includa non solo il dossier sul nucleare, ma anche ad altri aspetti relativi alla visione geopolitica di Teheran in Medio Oriente, non conosce battute di arresto.

Dopo aver inserito, lo scorso 8 aprile, il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Iraniana – più comunemente noti come pasdaran, nella lista delle FTO’s (Foreign Terroristic Organizations) che con la loro esistenza minacciano la sicurezza nazionale USA e quella dei cittadini americani, Washington ha deciso di colpire ulteriormente Teheran non rinnovando le esenzioni sull’acquisto di petrolio per otto Paesi, tra cui l’Italia, a cui era stata concessa una proroga dalle sanzioni.

La decisione dell’amministrazione Trump arriva in un momento particolarmente delicato per l’economia iraniana. Da almeno tre settimane il Paese è flagellato da imponenti inondazioni che, oltre ad aver provocato la morte di più di 70 persone e il ferimento di almeno altre 700,  hanno causato danni incalcolabili alle infrastrutture e all’agricoltura, mentre le sanzioni impedivano l’arrivo degli aiuti umanitari attraverso i consueti canali bancari internazionali. Il 9 aprile, inoltre, il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita per l’Iran, indicando un rallentamento del 6%, 2.4 punti percentuali in meno di quanto precedentemente comunicato.

L’estensione dell’embargo sul petrolio diventerà effettiva il 2 maggio, per allora i Paesi coinvolti dovranno decidere se obbedire alla richiesta unilaterale degli USA oppure continuare sulla strada della cooperazione. Italia e Grecia, a cui  erano state concesse le esenzioni, hanno azzerato a partire da novembre i loro ordini, quindi sarà la scelta dei Paesi asiatici a far pendere l’ago della bilancia verso una delle due fazioni. Se Cina, Turchia ed India dovessero decidere di continuare ad acquistare grandi quantità di petrolio da Teheran le conseguenze potrebbero essere meno gravi di quello che si aspettano i falchi dell’amministrazione Trump, perché l’economia iraniana riuscirebbe a mantenere un’apertura dignitosa.

Sia la Turchia che la Cina hanno già reagito manifestando la loro opposizione alle sanzioni. È probabile, tuttavia, che solo Ankara abbia la reale intenzione di proseguire con un braccio di ferro con Washington, essendo Pechino impegnata in un complesso negoziato commerciale con gli USA in cui i segnali di apertura sono fondamentali. La Cina resta comunque il maggior acquirente di petrolio iraniano, troncare così nettamente il rifornimento sarebbe vantaggioso solo nel caso in cui Pechino trovasse un altro fornitore in grado di poter esportare la stessa mole di greggio.

Nuova Dehli, invece, integra la propria produzione locale con l’importazione dell’estero, ma l’Iran è solo il terzo fornitore dopo Arabia Saudita ed Iraq. L’India, di conseguenza, resta l’unico Paese tra quelli asiatici ad aver dichiarato di essere pronta fin da subito a mettere fine all’import di greggio iraniano.

Per Teheran, così come per l’Unione Europea che tra tentativi di conciliazione e passi indietro è comunque riuscita a mantenere il dialogo iniziato con i negoziati per il JPOA, è probabile che la miglior soluzione sia l’attesa nella speranza che dopo le presidenziali del 2020 si insedi alla Casa Bianca un’amministrazione diversa, meno propensa a condurre la partita delle relazioni internazionali da battitore libero.