L’emigrazione di “cervelli”: economia, innovazione e società a rischio

L’emigrazione di “cervelli”: economia, innovazione e società a rischio

9 Maggio 2019 0 Di il Cosmo

di Deborah Villarboito –

Il Professor Alessandro Rosina è docente di Demografia e Statistica sociale nella Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano, dove è anche Direttore del centro di ricerca Laboratorio di statistica applicata alle decisioni economico aziendali. Ha partecipato come esperto a Commissioni Istat e Ministeriali. L’abbiamo raggiunto per farci spiegare il fenomeno della “fuga” di giovani che sta investendo sempre più in maniera massiccia il Sud Italia.

Dal Sud al Nord, dal Nord al mondo: Perchè i giovani si spostano?

La facilità di spostamento e di accesso a opportunità presenti in qualsiasi luogo del mondo, rendono molto più comune e praticabile oggi la scelta di viaggiare per svago, studio e lavoro. “Expat” è un neologismo nato per indicare chi si sente parte di un mondo in movimento, che è sempre meno quello dei confini dell’Ottocento e sempre più quello delle reti del XXI secolo. Si nasce in un luogo, ci si forma in un altro, si va a vivere in un altro ancora: tutti questi, più che punti statici di un passato lasciato alle spalle, sono nodi di una rete di rapporti affettivi, di amicizia, di lavoro, in connessione continua. Tutto questo è un bene finché si rimane nel dominio delle scelte e delle opportunità, ovvero fintanto che con la stessa facilità si può decidere di partire, di tornare, di farsi ponte tra il proprio territorio di nascita e il mondo. Molto meno se si parte per necessità, per qualcosa che manca nel territorio di partenza anziché per qualcosa a cui si tende come spinta interiore ad avventurarsi nel mondo.

Perchè nel 2019 il divario Nord e Sud su questo tema è ancora ampio?

Le opportunità di lavoro nel Sud continuano ad essere molto più basse rispetto al resto del paese. Minore è anche la copertura e la qualità dei servizi di welfare e più alta la sfiducia nei confronti delle istituzioni locali. I giovani non partono, o rinunciano a tornare, per le peggiori condizioni economiche e lavorative in sé del luogo di origine, ma per carenza di prospettive di miglioramento. Molti sarebbero contenti di rimanere e tornare se messi nella condizione di sentirsi protagonisti di un vero progetto di rilancio della propria città, regione e del proprio paese.

Questo spostamento di giovani quanto influisce sui territori che lasciano?

Ad andarsene dalle regioni meridionali sono spesso i ragazzi più dinamici e con migliori performance scolastiche, in cerca di opportunità di formazione e professionali di qualità superiore. Questo accentua ancor più gli effetti della denatalità sul “degiovanimento” del Sud. La conseguenza è l’aumento dell’invecchiamento della popolazione e la riduzione di energie e intelligenze che possono invertire la tendenza al declino.

Che cosa succede e che cosa fanno invece i giovani che restano nei loro luoghi di origine?

Per i giovani del Sud, più che nel resto del Paese, risulta molto più drastica la decisione tra rimanere, ma doversi accontentare a rivedere al ribasso le proprie aspettative lavorative e i propri obiettivi di vita, o invece andarsene altrove. La sfida è quindi quella di costruire condizioni per rimanere, oltre a quelle per riattrarre chi è andato a studiare o a fare esperienze di lavoro al Nord o oltre confine. Questo non significa che non ci siano esempi di giovani che trovano un impiego soddisfacente o riescono a realizzare una propria idea imprenditoriale, ma gli ostacoli sono spesso maggiori che altrove. Sono comunque esempi che dimostrano che quando i giovani, con la giusta preparazione e intraprendenza, incontrano le condizioni adatte si possono ottenere storie di successo anche nel Meridione. Quello che manca è una vera strategia che renda non occasionale ma sistemico l’incontro tra opportunità offerte dal territorio e formazione di qualità delle nuove generazioni.

Quale potrebbe essere la soluzione a questa situazione?

Oltre a migliorare le condizioni di sviluppo del territorio facendo leva sul capitale umano delle nuove generazioni, come abbiamo detto, è importante anche favorire una effettiva circolarità della mobilità dei giovani. I dati raccolti attraverso varie indagini mostrano come i giovani italiani siano molto legati alla loro terra, considerano l’Italia uno dei Paesi più belli al mondo, per il clima, il cibo, le relazioni familiari e umane in generale. Questo vale ancor di più per i giovani meridionali. Molti di essi, dopo un’esperienza all’estero, sarebbero ben disposti a tornare, se ci fossero condizioni minime adatte, per diventare protagonisti dello sviluppo economico e culturale della propria Regione. Perché ciò accada servono misure incisive di attrazione, che consentano a chi torna di sentirsi inserito in un circolo virtuoso di miglioramento della propria condizione e del territorio, rendendo un valore aggiunto anche l’esperienza fatta altrove. Al di là dei livelli attuali di disoccupazione e sottoccupazione quello che pesa, infatti, è soprattutto il non sentirsi inseriti in processi di crescita, di essere inclusi in un percorso che nel tempo consenta di dimostrare quanto si vale e di veder riconosciuto pienamente il proprio impegno e il proprio valore.

In altri Paesi Europei o del mondo è riscontrabile una situazione simile?

La mobilità interna e internazionale è sempre più comune, come abbiamo già detto, ma è anche considerata potenzialmente positiva perché rafforza conoscenze, network e bagaglio di esperienze. L’importante è che alla scelta di partire possano corrispondere anche condizioni adatte per tornare e che un certo territorio non si impoverisca subendo un continuo flusso di uscita. L’Italia è uno dei Paesi sviluppati che meno promuovono la parte virtuosa di questo fenomeno e più subiscono la parte problematica. Se ci si confronta con le altre economie avanzate la differenza non sta tanto nei flussi di uscita di giovani dinamici e qualificati, ma nel nostro maggior saldo negativo dovuto al fatto che molti meno rientrano o ne attraiamo dagli altri paesi sviluppati.

A lungo andare quale impatto avrà sul nostro Paese?

Il rischio è quello di sprofondare in una spirale negativa di “degiovanimento” quantitativo e qualitativo della società. Non investire sulle nuove generazioni porta ad una riduzione delle loro prospettive nel luogo in cui vivono. Partecipano di meno al mercato del lavoro, rimangono più a lungo dipendenti dai genitori, si accontentano di svolgere lavori in nero o sottopagati, oppure se ne vanno altrove. Chi rimane riesce a fare molto meno rispetto ai propri desideri e alle proprie potenzialità. Fornisce un contributo produttivo e riproduttivo più basso. Così l’economia non cresce e non si formano nuove famiglie. Questo porta ulteriormente le nascite a diminuire e la popolazione ad invecchiare, con risorse sempre più scarse da redistribuire e conseguente aumento delle diseguaglianze. La carenza di prospettive porta i giovani ad andare altrove già nella fase di formazione o a rinunciare ad investire sulla propria istruzione. Se nulla cambierà questa spirale negativa è destina a trascinare il nostro Paese verso il basso, condannandolo a un ruolo marginale nei processi più virtuosi di innovazione e sviluppo inclusivo di questo secolo.