Sud tra fuga e desertificazione

Sud tra fuga e desertificazione

9 Maggio 2019 0 Di il Cosmo

di Deborah Villarboito –

Costante e in crescita un altro tipo di desertificazione minaccia più della metà del nostro Paese: la “fuga di cervelli” dal Sud verso il Nord Italia o all’estero. Nei 7 anni della crisi, dal 2008 al 2015, il saldo migratorio netto è stato di 653mila unità: 478mila giovani di cui 133mila laureati, con le donne in misura maggiore rispetto agli uomini. A questi si accompagna una perdita di popolazione di 2 mila unità nella fascia di 0-4 anni in conseguenza al flusso di bambini che si trasferiscono con i genitori. Che una migrazione interna all’Italia sia sempre esistita è noto, ma c’è una variante alla storia. Si trattava quasi sempre di poveri che cercavano lavoro nelle zone industrializzate d’Italia.

La questione dell’immigrazione al Nord oggi è diversa, perché non coinvolge più operai e contadini ma neo-diplomati in procinto di cominciare l’università o comunque giovani specializzati. È un campione sociale diverso da quello di sessant’anni fa e il rischio che ne consegue è inquietante: mentre prima anche chi rimaneva al Sud continuava comunque a fare figli, oggi il tasso di natalità è molto più basso. In pratica, c’è molta più gente che muore di quanta decida di mettere al mondo nuovi esseri umani. I giovani piuttosto che rimanere a studiare a casa propria preferiscono andare in una città dove il livello universitario è ritenuto più alto e soprattutto dove una volta laureati avranno un’effettiva prospettiva di lavoro, o quantomeno la speranza di una prospettiva, compresa quella di mettere su una famiglia. Nel frattempo, nelle regioni da cui se ne sono andati non c’è un ricambio generazionale sufficiente a garantire che questo fenomeno non implichi una vera e propria desertificazione.

La questione poi riguarda l’idea di partenza che accompagna chi lascia il Meridione per cui è impossibile tornarvi, perché tanto chi lo trova il lavoro in una parte d’Italia in cui la disoccupazione è doppia rispetto al resto del Paese, in cui già si fa fatica. A perderci, come sempre, sono quei giovani che non hanno abbastanza mezzi in partenza da poter decidere dove stare, che lavoro fare. Ci si trova così davanti a un bivio per cui alla prospettiva di un non-futuro si accetta di vivere lontani dalla propria famiglia, dai propri amici storici che si sparpagliano tra le regioni più promettenti, accontentandosi di quegli incontri programmati per tutti nello stesso momento. È vero che c’è chi va via da casa propria anche per scappare da situazioni opprimenti, e trova nella città che lo accoglie una stabilità soddisfacente, una nuova vita molto più adatta alle proprie esigenze, ma c’è anche chi vorrebbe fare il lavoro che ha sempre sognato nel posto dove è nato.

Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno un milione e 883mila residenti, di cui la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati. Il 16% si è stabilito oltreconfine. Di questi quasi due milioni di ragazzi, 800mila non sono più tornati. È quanto emerge dall’ultimo rapporto di Svimez, l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno.

Anche nel 2016, quando la ripresa economica ha manifestato segni di consolidamento, hanno lasciato il Sud oltre 131mila residenti. Tra le regioni meridionali, quella che fa registrare il maggior numero di abbandoni è la Sicilia, che perde 9,3mila residenti (-1,8 per mille), seguita dalla Campania (-9,1mila residenti, per un tasso migratorio netto di -1,6 per mille) e dalla Puglia (-6,9mila residenti, per un tasso migratorio netto pari a -1,7).