Sudan: la piazza chiede ai militari libere elezioni

Sudan: la piazza chiede ai militari libere elezioni

9 Maggio 2019 0 Di il Cosmo

di Martina Cera –

Una ragazza in piedi sul tetto di un automobile, la lunga veste bianca – un richiamo agli abiti indossati dalle donne nelle marce degli anni ’80 contro la precedente dittatura militare, il braccio levato ad arringare la folla che risponde thowra, rivoluzione in arabo, la parola d’ordine delle proteste che dallo scorso gennaio infiammano le strade del Sudan: è questa l’immagine dell’opposizione al regime di Omar al-Bashir, scattata dalla fotografa Lana Haroun a Khartoum pochi giorni prima della destituzione del presidente. Bashir, in carica dal 1989, è l’uomo contro cui la Corte Penale dell’Aja ha spiccato ben due mandati di cattura internazionale. Il Tribunale lo ha riconosciuto responsabile di sette crimini contro l’umanità e di due crimini di guerra nel quadro del conflitto del Darfur in cui hanno perso la vita oltre 300.000 persone. Nonostante le accuse di omicidio, sterminio, trasferimento forzato di individui, tortura, stupro, deliberati attacchi contro la popolazione civile e saccheggio il dittatore è riuscito ad evitare il processo e a restare al potere.

Le proteste sono iniziate il 19 dicembre, giorno del ritorno nel Paese del leader dell’opposizione Sadiq al-Mahdi per presentare la propria candidatura alle presidenziali del 2020. Presidenziali a cui Bashir aveva promesso di non concorrere, salvo poi dichiarare di voler modificare lo statuto del suo partito, il National Congress Party, per poter partecipare alla contesa elettorale. A inizio dicembre, inoltre, 294 deputati del Parlamento sudanese avevano presentato una proposta di legge per emendare la costituzione al fine di consentire al presidente di candidarsi per un terzo mandato.

La reazione del regime alle manifestazioni è stata spietata fin dal primo giorno di proteste: nella sola Khartoum le forze di sicurezza hanno ucciso 37 persone e arrestato, in via precauzionale, oltre 400 tra oppositori politici e giornalisti. Il tentativo di arginare la rivolta attraverso la violenza, tuttavia, ha solo aggravato la posizione del regime, mentre milioni di persone scendevano quotidianamente in piazza. Nei primi due mesi del 2019 il numero dei manifestanti assassinati o torturati o, ancora, prelevati dalle proprie dimore dalla polizia e poi scomparsi è cresciuto in modo vertiginoso, mentre gli organi di informazione indipendente e gli attivisti per i diritti umani non smettevano di denunciare la situazione nel Paese. È stata necessaria l’immagine iconica di Alaa Salah, 22 anni, studentessa all’Università Internazionale di Khartoum, per riportare gli occhi della comunità internazionale su una crisi che va avanti da oltre trent’anni, ignorata nel nome di una stabilità politica su cui l’Occidente ha investito molto.

L’11 aprile scorso l’esercito, che già da qualche giorno proteggeva i manifestanti, ha posto fine alla dittatura arrestando il presidente e l’intero Governo. Bashir si trova attualmente in un carcere di massima sicurezza per essere tradotto all’Aja, dove sarà processato, mentre non si fermano le proteste di chi teme che il governo di transizione militare porti all’instaurazione di un altro regime.