Tv pirata: tra ‘pizzini’ e il ‘Pezzotto’

Tv pirata: tra ‘pizzini’ e il ‘Pezzotto’

9 Maggio 2019 0 Di il Cosmo

di Alessandro Pignatelli –

In Campania l’hanno ribattezzato il ‘pezzotto’ e ora tutti lo chiamano così. Nella pratica, è un decoder che permette di vedere, sulla tv di casa, Sky, Dazn, Amazon, Netflix e tutto ciò che è a pagamento a un prezzo irrisorio mensile. Il fenomeno, nelle mani della criminalità, è in forte crescita tanto che si stima che in Italia oggi ci siano due milioni di persone che ne fanno uso.

Secondo il quotidiano ‘Repubblica’, Lega Calcio, Sky e Dazn avrebbero deciso di portare in tribunale Tim, Vodafone, Wind, Fastweb e Tiscali. Segno che la situazione è diventata ormai insostenibile per i network. I decoder di cui parliamo sono naturalmente impianti pirata, per meglio dire Box Android da collegare a internet e, con abbonamenti illegali da 10 euro al mese, in grado di trasmettere tutta la programmazione di Sky, Dazn, Mediaset Premium, Netfliz, Amazon, la tv on demand. Recentemente, a Malaga, è stata smascherata un’organizzazione iberica che aveva 14 filiali in diversi Paesi e un portfolio pirata di 800 canali.

Non c’è solo la criminalità e l’illegalità dietro al fenomeno. Si parla pure di diversi abbonamenti legali attivati, i cui contenuti vengono poi trasferiti all’estero e via Content Delivery Network (Cdn) – a prezzi molto alti – ridistribuiti sul territorio. Quello che è chiaro è che si tratta ormai di un fenomeno di portata mondiale. Si bypassano i diritti tv, praticamente. Un po’ come quando si scarica musica illegalmente.

Secondo la Lega Calcio, quest’anno il Pezzotto avrebbe registrato più abbonamenti di Mediaset Premium l’anno scorso (2 milioni contro 1,5 milioni). La conferma proprio a Repubblica: “Alla fine, quella di due milioni è una stima per difetto”. Il Pezzotto viaggia ormai per passaparola dall’amico all’amico dell’amico. Che candidamente, se ripreso da qualche altro amico, risponde: “Nessuno è stato mai arrestato per aver piratato musica o canali tv”. Ma perché si è deciso di portare in tribunale i giganti delle telecomunicazioni? Perché non farebbero abbastanza per contrastare il fenomeno.

Una volta ricevute le segnalazioni dei canali illegali live, non interverrebbero con solerzia. Ci impiegano più di 90′ (il tempo di una partita), ma anche giorni se si tratta di weekend. E dire che in merito ci sono state già tre sentenze del tribunale di Milano. L’ultima è del 28 marzo scorso: ha imposto lo spegnimento immediato, con un margine di 48 ore, dopodiché era prevista una penale. Essendoci la grande criminalità dietro, però, sono sentenze che fanno il solletico. Tim e gli altri fanno sapere che ci sono impedimenti tecnici, organizzativi e anche costi notevoli per spegnere i canali illegali. Secondo Repubblica, Vodafone avrebbe spiegato che serve l’impiego di una squadra di tre persone: “Una per ricevere e verificare le richieste, una per disabilitare gli indirizzi Ip e una per disabilitare i Dns”. In un anno, siamo a 1.230.000 milioni di euro di costi. Tim sarebbe quella più veloce, riuscendo a intervenire a 50 minuti dalla segnalazione.

Se non si troverà una soluzione – e la cosa sembra difficile – gli operatori potrebbero dover riconoscere alle parti lese risarcimenti milionari. Sky e Dazn, per citarne solo due, pagano ogni anno per i diritti del calcio 970 milioni di euro. La sola pirateria sulla serie A è stimata in 200 milioni di euro l’anno.

Ci sarebbero le multe per chi trasgredisce. Ma effettivamente, chi si è mai visto piombare in casa squadre speciali al grido di ‘Alzate le mani e spegnete il pc e la tv’ per aver guardato qualcosa in streaming? Si va da 25 mila euro di sanzione fino a tre anni di prigione, anche per aver guardato una singola partita su canali piratati. Ma pur essendoci la legge, nessuno pare preoccuparsene. Chi controlla e chi dovrebbe essere controllato. E intanto gli introiti del ‘pezzotto’ vanno a mafia, camorra e quant’altro. Altro che ‘pizzini’…