Agnese e lo sport come “respiro in più”

Agnese e lo sport come “respiro in più”

16 Maggio 2019 0 Di il Cosmo

di Deborah Villarboito –

Agnese Coan è una ragazza trevigiana di 32 anni affetta da acondroplasia, patologia che colpisce un nato ogni 20mila persone. Lavora come impiegata presso una grande azienda multinazionale. Fin da piccola in vasca a nuotare, ultimamente ha scoperto l’atletica, soprattutto i lanci del peso e del disco.  «Mi sono approcciata all’atletica un po’ per caso. Ci sono arrivata dopo un intervento alle gambe. Il mio fisioterapista mi ha proposto l’atletica per rinforzare i muscoli. Dopo qualche mese mi ha presentato la mia allenatrice e sono approdata nei lanci – racconta Agnese – Questa scelta è stata dettata dal fatto che non posso correre. Sta andando abbastanza bene, contando il fatto che ho iniziato solo da poco più di un anno. I risultati ci sono, sono buoni. Sono contenta soprattutto quando vedo i miglioramenti, perchè vuol dire che il lavoro che si sta facendo sta dando i suoi frutti».

Agnese ha centrato un record italiano nel lancio del disco ad Ancona nell’ottobre 2018. è l’unica in Italia classificata F41 che si è immersa nel mondo dell’atletica. Una passione talmente forte che ha fatto anche maturare il sogno di andare alle Paralimpiadi. «Lo sport per me è un respiro di vita in più. Mi dà modo di respirare a pieni polmoni – spiega Agnese – Non è semplice rapportarsi al mondo. Abbiamo una società ancora abbastanza chiusa, che difficilmente accetta il diverso. Per me è molto difficile e complicato. Si fa fatica ad esprimere a parole per fare capire alla gente, che quello che ho io non è una malattia infettiva, ma solo una patologia che interessa dei centimetri in meno. È difficile mettersi in mostra e stare nel mondo».

Un mondo che non è “educato” alla diversità: «Anche il lavoro non è semplice. Appena mandi un curriculum in cui indichi la percentuale di disabilità, che non vuol dire niente, le aziende non sanno chi si trovano di fronte. Poi se sei tu di persone che porti il curriculum, va ancora un po’ peggio. Non è stato nemmeno facile trovare un lavoro. Sul mondo degli adulti secondo me c’è da lavorare tantissimo. È da lì che poi parte l’educazione dei più giovani – conclude – Se l’adulto non è cosciente o preparato ad accogliere la persona disabile, non potrà mai essere un adulto in grado di preparare un bambino ad affrontare una persona con disabilità».