Se il rugby è riabilitazione: la storia de “La Drola”

Se il rugby è riabilitazione: la storia de “La Drola”

16 Maggio 2019 0 Di il Cosmo

di Deborah Villarboito –

Negli ultimi anni il rugby è entrato nelle carceri italiane con lo scopo di aiutare i detenuti nel loro percorso di rieducazione.“La Drola”, è una squadra di rugby piemontese composta completamente da carcerati della Casa Circondariale di Torino che milita in C2.

In piemontese, “La Drola” significa “cosa strana, buffa”. È il nome della prima squadra formata da detenuti e iscritta regolarmente ad un campionato federale, la C2. Walter Rista è il presidente della società. È un ex giocatore, ora 75 enne, che vestì la maglia della Nazionale dal 68′ al ’70, quando tutto il mondo rugbistico doveva ancora nascere. Allena quotidianamente la squadra composta dagli ospiti del Carcere di Torino. È curioso come l’idea sia nata: «Quasi 30 anni fa sono andato in Argentina per rappresentare l’Italia in diverse manifestazioni. Arrivati a Comodoro Rivadavia, all’inizio della Patagonia, sul tragitto dall’aeroporto all’hotel, il nostro pullman ha avuto un incidente con un altro dei pochi che giravano in quel momento. Scoprimmo che era carico di detenuti. Mi scattò un meccanismo – racconta Walter – Mi sono detto che quando sarei stato vecchio mi sarei impegnato a fare qualcosa per i detenuti italiani. Con lo scorrere della vita però ho messo da parte questo progetto, fino a qualche anno fa. Compiuti i 65 anni, un mio amico mi ripropose l’idea che mi era venuta in Argentina».

Ecco allora la scintilla che ha dato il via al progetto. In accordo con il direttore del Carcere di Torino si organizzò una partita tra due squadre del torinese per fare una dimostrazione all’interno dell’Istituto di pena. La proposta tra i detenuti destò subito un grande interesse: furono raccolte circa 130 domande di persone che volevano giocare. Nel 2011-2012 avvenne l’iscrizione nel campionato federale C2, con deroghe da parte della Federazione, poiché le partite devono essere necessariamente giocate tutte in casa. «Questa scelta agonistica era stata dettata per giustificare l’allenamento continuo da parte dei ragazzi. Abbiamo unito almeno sei etnie diverse e altrettante religioni in sola squadra, vedendo la varietà che si è presentata. I detenuti coinvolti sono “normali”, cioè scontano pene per reati legati al patrimonio – spiega Rista – Il rugby è uno dei pochi sport che canalizza l’aggressività che tutti noi abbiamo, a maggior ragione i detenuti».

Il rugby in questa maniera diventa strumento per migliorare la propria condizione: «Abbiamo avuto nei 10 anni circa di operatività più di 200 ragazzi. Tra questi la recidiva si è abbattuta quasi dell’80%. Alcuni sono andati anche ad allenare i bambini affetti da autismo del Cottolengo ad esempio. Questo vuol dire che il rugby li tocca particolarmente quei nervi che tutti noi abbiamo e che sono più sensibili di altri – racconta – Cerchiamo di rendere il tutto più normale possibile, in un luogo dove la normalità non è di casa. In carcere mancano tantissime cose, ma solo due non si possono portare. Una è la libertà, che non si può dare, l’altra è la sana normalità. Quest’ultima noi riusciamo a trasmetterla grazie alla nostra attività».

Migliora anche l’approccio alla vita stessa in rapporto alla quotidianità carceraria: «A volte ci sono dei ragazzi che prendono delle pastiglie e delle gocce per dormire. Mi dicono però che dopo una settimana di rugby, non vogliono più saperne nulla. Iniziano ad allenarsi al mattino in palestra, nel pomeriggio al campo e alla sera dormono tranquillamente perchè sono stanchi, ma di fatica. Giocando a rugby sanno di essere il più vicino possibile alla normalità che c’è fuori. Alcuni, scontata la pena, continuano a giocare, anche in altri club in tutta Italia e anche in altri Paesi».