Trump e l’immigrazione

Trump e l’immigrazione

23 Maggio 2019 0 Di il Cosmo

di Maurizio Ambrosini –

Il Presidente Trump è tornato a parlare d’immigrazione, e questa volta non con un tweet ma annunciando una proposta programmatica più articolata, elaborata insieme al genero-consigliere Jared  Kouchner. Dalle prime anticipazioni, il piano dovrebbe privilegiare il merito individuale e il raccordo con i fabbisogni del sistema economico. Più immigrati qualificati, che dovrebbero superare il 50% del nuovi ingressi, meno ingressi per ragioni familiari, che dovrebbero scendere a un terzo, fine della lotteria che affidava al caso ogni anno la scelta di oltre 50.000 fortunati ammessi, nessuna apertura alla regolarizzazione degli 11 milioni di immigrati irregolari, neppure di quelli entrati da bambini ed educati negli Stati Uniti.

Se ne possono ricavare due insegnamenti. In primo luogo, la parola chiave delle politiche migratorie contemporanee non è chiusura ma selettività. In un certo senso, l’immigrazione non esiste. Esistono diversi tipi e categorie di immigrati, e le persone in carne e ossa vengono incasellate o possono cercare di inserirsi in qualcuna di queste categorie. Anche i governi dichiaratamente più ostili all’apertura dei confini alla fine arrivano ad ammettere che certi tipi di immigrati non solo servono, ma sono benvenuti. Già molto prima di Trump gli Stati Uniti, seguiti dall’Ue, cercavano attivamente nel resto del mondo persone altamente qualificate e altri professionisti come quelli del settore sanitario. In questo ambito così delicato e cruciale, ossia la cura delle persone fragili, il Nord del mondo dipende nettamente dal Sud per la fornitura di medici, infermieri, operatori socio-assistenziali, fino al fenomeno non solo nostrano delle assistenti familiari dette badanti.

Il secondo insegnamento corregge uno dei più radicati e micidiali stereotipi del dibattito corrente: quello che contrappone élites globalizzate e gente comune. Le prime, le élites, liberali e disposte all’accoglienza, ma ben protette nei loro quartieri esclusivi. La seconda, la gente comune, confinata nelle periferie, costretta a convivere con la diversità multietnica, naturalmente ostile verso il supposto degrado provocato dai nuovi vicini. In realtà neanche le élites benpensanti esistono come gruppo compatto e omogeneo, così come i loro supposti antagonisti nelle aree urbane disagiate. Anche i gruppi dirigenti manifestano vari gradi di apertura e di tolleranza. Su un punto però la maggioranza di loro converge: l’ammissione selettiva degli immigrati utili, contro l’esclusione degli altri, quelli che hanno apparentemente poco da offrire e chiedono invece accoglienza sulla base della nostra comune umanità, di quei principi etici e costituzionali (art.10) che abbiamo solennemente affermato e condiviso.

Quando si dirada il polverone delle dichiarazioni roboanti sui muri da innalzare o i porti da chiudere, salgono alla ribalta i veri dilemmi. Il primo riguarda di quali e quanti immigrati abbiamo bisogno. Se solo persone qualificate, oppure anche lavoratori più ordinari, per esempio. Il secondo, ancora più difficile, ci chiede di decidere quanto siamo disposti ad allargare i paletti della tenda per fare posto a quella frazione dell’umanità dolente, perseguitata, scacciata di casa, che bussa alle nostre porte. Nonché ai familiari degli immigrati che nel tempo si sono insediati nel nostro paese.  Qui le norme etiche in cui ci riconosciamo diventano decisive. Alle prossime elezioni europee anche queste scelte sono in gioco.