La prima impressione conta eccome

La prima impressione conta eccome

28 Maggio 2019 0 Di il Cosmo

La prima impressione è quella che conta, anche se qualche volta può non essere quella esatta. Altro che ‘speed date’, ci facciamo un’idea del nostro interlocutore un molto meno tempo, in un decimo di secondo. Molto più tempo serve, eventualmente, per modificare il nostro giudizio su lui o lei. E se è vero che l’abito non fa il monaco, come ci si presenta incide moltissimo sui rapporti con l’altro. In particolare in certe situazioni (colloqui di lavoro, sentimenti).

Il nostro cervello è come se facesse una radiografia velocissima all’individuo che si trova davanti. Non gli serve neanche sentirlo parlare. Il motivo è che non tutto è sotto il nostro controllo. L’odore, per esempio; quando siamo un po’ nervosi, tendiamo a sudare di più; il fatto che indossiamo o meno gli occhiali o che abbiamo tanti o pochi capelli. Queste sono cose che non possiamo modificare e che possono arrivare a pregiudicare o a non fare mai iniziare un rapporto.

Poi ci sono i messaggi che possiamo lanciare agli altri e che hanno anche loro un peso. Sorridere di più, guardare negli occhi il nostro interlocutore (non fissarlo), assumere atteggiamenti di serena fiducia in noi stessi che diano all’altro l’idea che siamo affidabili e sicuri di noi stessi, senza però essere arroganti. Per esempio, secondo uno studio della Durham University del Regno Unito, camminare con portamento elastico dà la sensazione di essere avventurosi ed estroversi. Chi ha un’andatura più nervosa viene visto come insicuro, nevrotico, meno affidabile.

Il look conta eccome. Vestirsi in modo curato fa pensare a una persona per bene. In questo caso, l’hanno appurato gli psicologi del Laboratorio delle Tecniche di influenza di Vannes. Un ricercatore si è vestito sia in jeans e sneakers sia in giacca e cravatta, poi ha sottratto un disco dagli scaffali di un negozio sotto gli occhi degli altri clienti. La denuncia del furto nel 35% dei casi ha riguardato il ricercatore in abbigliamento casual, nel 10% da elegantone. A un colloquio di lavoro, dunque, scegliere bene il modo in cui ci si veste e anche la pettinatura diventa fondamentale.

Anche la stretta di mano influenza il giudizio altrui. Mano molle e sudaticcia out (soggetto senza energia e volontà). Nel saluto servono mani asciutte e ferme, che non stringano però troppo, il che provocherebbe dolore e darebbe l’idea di una persona aggressiva ed egocentrica. C’è anche il galateo a supportare la tesi e a spiegare come fare: si deve porgere la mano destra a palmo aperto, con il pollice verso l’altro, e poi aspettare che l’altro la prenda e la stringa. Se ci troviamo davanti a un superiore, deve essere questi il primo a porgere la mano. Se si indossano i guanti, bisogna toglierli prima di salutare.

Ora torniamo all’inizio e a quel decimo di secondo. Il nostro cervello tende a semplificare, anche ricorrendo a pregiudizi e stereotipi. Il meccanismo di valutazione automatica va bene in alcuni contesti (ho letto un libro e mi è piaciuto, andrò a cercarne altri dello stesso autore). In altri, ci manda in tilt. Prendiamo l’obesità: una volta significava opulenza e ricchezza, oggi viene visto come segnale di pigrizia, mancanza di autocontrollo e affidabilità. Affidarsi a un’idea che in passato è stata valida produce meno sforzi per il cervello, che così risparmia energia e attività. La diffidenza è un meccanismo ancora più profondo. Verso etnie diverse, per esempio. Cerchiamo individui simili perché ci rassicurano. In certi periodi della storia, era determinante distinguere individui dello stesso clan da un potenziale nemico. Era sinonimo di vita o di morte. Ci siamo portati dietro fino a oggi questo meccanismo. Gli esperti consigliano: imitare il linguaggio del corpo e alcuni gesti dell’interlocutore possono creare empatia.

Senza esagerare, naturalmente. Per non fare la figura dei pappagalli. E ricordandoci che in un decimo di secondo abbiamo categorizzato l’altro: un tempo limitatissimo. Non sufficiente a capire davvero chi abbiamo di fronte. Magari, anche se ci vorrà un po’, sforziamoci di fare una seconda valutazione a distanza di tempo, di gesti, di sorrisi e quant’altro. Potremmo restare stupiti dal risultato.

di Alessandro Pignatelli