As Rugby Milano: Il rugby come educazione

As Rugby Milano: Il rugby come educazione

30 Maggio 2019 0 Di il Cosmo

di Deborah Villarboito –

L’As Rugby Milano non è solo una società di appassionati della palla ovale. Tra le sue attività si sviluppa quella del trasmettere l’educazione attraverso lo sport ai detenuti di tre strutture lombarde: l’Istituto penale per minorenni “Cesare Beccaria” e le Case Circondariali di Bollate e “San Vittore”. Il giornalista Giorgio Terruzzi è consigliere nella società: «Il rugby serve per educare. Sembra uno sport fatto apposta: in qualche modo ti spinge alla relazione, perchè da soli non succede niente. Costringe ad aspettare chi è alle nostre spalle, si passa la palla indietro, per dare un vantaggio agli avversari. Ha un sistema di regole e un’etica molto forte e da una parte si ha il contatto, che non deve essere necessariamente il placcaggio. Propone un’attività che funziona se sei disciplinato sulla tua aggressività».

Seguire norme precise e indiscutibili aiuta nella dominazione del proprio carattere: «È uno sport con un sistema di regole strutturato proposto a persone che non sono portate all’inizio a stare dentro ad una gabbia ulteriore, oltre a quella in cui già si trovano – continua Terruzzi – In realtà spesso è un’esperienza nuova ed entusiasmante perchè costringe a fare qualcosa per l’altro, addirittura a volte a prendere una botta in favore del compagno, senza reagire, ma semplicemente perchè fa parte del contesto. È utile soprattutto per chi non è abituato a fare una riflessione su ciò che accade dentro di sé. È un piccolo esercizio molto spesso inedito per persone, di ogni età, che hanno avuto una storia personale complessa. Essendo un gioco, con in palio nulla, se non appunto il divertimento e la relazione, le vie di accesso a questa riflessione sono facilitate».

Tutto nasce da una “vocazione dall’alto”: «L’idea è nata con don Gino Rigoldi per potarlo al Beccaria. Da lì abbiamo capito che questo sport ha degli ingredienti utili per cui abbiamo imparato e capito come poterlo fare proponendolo anche con gli adulti nel carcere di Bollate e San Vittore. Intanto c’era l’entusiasmo e la voglia di chi lo pratica dentro agli istituti di pena. A Bollate hanno anche fondato una squadra che si chiama “Barbari Bollate”, c’è addirittura un presidio rugbistico. Parte dalle persone che vi vogliono partecipare l’hanno accolto come un’opportunità». All’inizio, però, non è sempre facile. La difficoltà maggiore si percepisce nel momento in cui si propone qualcosa con una disciplina ferrea che richiede disponibilità e non sempre la si trova subito: «Spesso sono persone che non conoscono il rugby. Devi capire in che contesto sei. L’importante è avere un gruppo di allenatori informati, motivati e responsabili che si prendono in carico un progetto e ci vanno. Le persone devono essere sempre le stesse per creare una relazione prima di lavorare. Solo sulla base della fiducia si può fare qualcosa».

Fondamentale è quindi il valore di educazione e inclusività del progetto: «In Italia non siamo gli unici a fare rugby in carcere. Siamo contrari però a fare la squadra dei detenuti, perchè diventerebbe ulteriormente discriminante. Noi facciamo giocare tutti. Non importa se sono bravi rugbisti o no, che vincano le partite o meno. Ci interessa che questa esperienza contribuisca a fare parte di un percorso che è in loro, che si impegnino e si mettano in gioco. Anche se non sono campioni non ci importa, perchè, soprattutto quando si parla di minori, una persona ha ancora tutta una vita davanti e si spera in un avvenire diverso».