Dipendenza dalla guerra: il Softair oltre il gioco

di Deborah Villarboito –

“Il softair come tutti i giochi può indurre dipendenza, soprattutto se praticato da persone spinte da altre necessità che non quella puramente ludica”. Il pericolo maggiore che individua Maria Gabriella Manno, psicoterapeuta del centro studi Psicosomatica di Roma, è legato alla “compensazione nevrotica”. Anche se non rientra attualmente tra le ludopatie “il softair”, dice “può comunque portare gli individui a scaricare le proprie energie nel gioco, bloccando le capacità affermative nella vita”. Si è portati comunemente a concepire la guerra simulata come una trasposizione dei videogiochi nella realtà, ma non è così. “A livello cognitivo”, chiarisce la psicologa, “questo paragone non calza. I videogame ingenerano un senso di onnipotenza che nulla ha a che vedere con i giochi reali. Certo, per evitare ogni tipo di patologia è necessario avere sviluppato il senso di consapevolezza. Alla base di questo sport tuttavia c’è un aspetto naturale, quasi biologico. L’uomo subisce da sempre il fascino della guerra, perché soddisfa in lui il bisogno innato della competizione. Si pensi alle tribù che rappresentano i combattimenti attraverso le proprie danze tradizionali. Non c’è molta differenza con questo sport”.

Ma se esistono certamente aspetti positivi, come lo sviluppo dell’autocontrollo, della decisionalità e della leadership, non bisogna perdere di vista i pericoli cognitivi legati al softair. Primo fra tutti proprio la compensazione. “Tutto dipende dal tempo mentale che gli si dedica”, aggiunge Manno “Ci possono essere casi in cui i soggetti tentano di compensare la propria affermazione individuale attraverso il gioco. È come se si creasse uno scollamento tra la vita reale e la pratica ludica. L’individuo si blocca nella vita, non riesce a soddisfare le proprie ambizioni e le scarica nel gioco. I sintomi più comuni sono l’eccessivo investimento economico, temporale ed energetico. Tuttavia ogni caso va analizzato singolarmente, anche perché non esistono studi specifici sul softair”.

Il problema è quando la finzione si tramuta in realtà. A Taranto il 25 agosto 2011 un diciannovenne mascherato scherza con l’arma giocattolo e viene ucciso dai carabinieri. A Lucca il 22 febbraio 2013, un ventiduenne precipita dal tetto di un capannone dismesso e muore mentre gioca a softair. A Verona il 3 dicembre 2013, quattro 20enni sparano dall’auto alle prostitute con la carabina a pallini. Sono solo tre delle centinaia di episodi di cronaca legati all’utilizzo improprio delle armi da softair. Statistiche complete in merito non sono disponibili, ma in tanti lanciano l’allarme sull’ingigantirsi del fenomeno. Fonti del ministero dell’Interno rivelano che la materia è attualmente allo studio degli esperti e presto potrebbero essere diramate direttive più puntuali sulle modalità di vendita e di utilizzo delle armi giocattolo. Fino a questo momento il settore è stato regolamentato da alcune disposizioni generiche, ma non esiste una vera normativa in materia. Ad oggi i minori di 14 anni possono giocare nei campi attrezzati solo con l’autorizzazione scritta e la presenza sul posto di un genitore. Fucili e pistole devono essere trasportati scarichi e non possono superare la potenza di un joule. È altresì vietato giocare in città.

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