L’onda sovranista non rompe gli argini dell’Europarlamento

L’onda sovranista non rompe gli argini dell’Europarlamento

30 Maggio 2019 0 Di il Cosmo

di Martina Cera –

L’elezione dei nuovi 750 deputati all’Europarlamento non è stata solo l’occasione per tastare il polso ad un’Unione Europea che, almeno nella narrativa mainstream, viene percepita lontana dai cittadini nel migliore dei casi – e nel peggiore come ininfluente, ma anche un modo per verificare, alla prova dei fatti, quanto la cosiddetta “onda sovranista” stia prendendo possesso del continente. Da Marine Le Pen in Francia a Victor Orbàn in Ungheria fino a Matteo Salvini in Italia l’asse sovranista è stato uno dei principali argomenti di dibattito nei mesi antecedenti alle elezioni soprattutto a causa delle istanze isolazioniste portate avanti dai suoi rappresentanti e dai numerosi tentativi, per quelli che sono riusciti a conquistare una posizione di governo, di spostare l’asticella dei diritti umani un po’ più indietro rispetto ai risultati ottenuti nelle battaglie civili negli ultimi cinquant’anni. Questi stessi personaggi hanno, nella maggior parte dei casi, utilizzato le elezioni europee come una sorta di appuntamento di midterm per vedere confermato il loro ruolo nazionale.

A parte alcuni casi di successo, tuttavia, la fotografia che ci restituisce il nuovo Parlamento Europeo non è molto diversa da quella della precedente tornata elettorale. I blocchi tradizionali, Socialisti e Popolari, hanno perso voti a vantaggio dei Liberali e dei Verdi, con i primi che ottengono il miglior risultato della sua storia superando i 100 seggi e i secondi che si sono resi protagonisti di un successo schiacciante in Paesi come la Germania, dove la candidata di punta Ska Keller è riuscita a conquistare un 20.8% che permette al suo gruppo di posizionarsi in coda alla CDU, raddoppiando il risultato precedente e diventando il secondo partito per numero di eletti.

I partiti euroscettici, invece, non sono riusciti a guadagnare che qualche seggio, con un 20% complessivo che di fatto gli impedisce di far sentire il loro peso come promesso dalle roboanti dichiarazioni post-elettorali. È molto probabile che la tradizionale alleanza tra Socialisti e Popolari cerchi l’accordo con i liberali dell’ALDE e i Verdi in modo da emarginare le forze sovraniste dell’Europa delle Nazioni e delle Libertà – gruppo di cui fanno parte Matteo Salvini e Marine Le Pen e gli euroscettici moderati dell’ECR, che comprende la destra polacca e i conservatori inglesi. Ancora ignoto il futuro del Brexit Party di Nigel Farage, legato a filo doppio con quello che accadrà in Gran Bretagna nei prossimi mesi, e quello del Movimento 5 Stelle che rischia di trovarsi ancora più isolato rispetto agli altri partiti euroscettici: nessuno dei partiti con cui avevano provato a stringere alleanze è riuscito a superare la soglia di sbarramento del 4% necessaria ad entrare in Parlamento.

Le recenti elezioni ci restituiscono un Parlamento più frammentato, è vero, ma anche nelle loro differenze le forze che animeranno la politica europea nei prossimi cinque anni sembrano andare d’accordo su un punto: nessuna alleanza con i sovranisti e gli euroscettici. La tanto temuta “onda sovranista”, in ultima analisi, potrebbe colpire solo quei Paesi che, con il loro voto, hanno deciso di consegnarsi ad un futuro di isolamento.