Perdere una cattiva abitudine

Perdere una cattiva abitudine

30 Maggio 2019 0 Di il Cosmo

di Fabiana Bianchi –

Abbiamo parlato, alcuni numeri fa, dei trucchetti utili per instaurare una nuova abitudine. Oggi affrontiamo il caso opposto, ossia come perderne una cattiva. In realtà, le due cose sono “parenti strette” sotto vari aspetti. Innanzitutto, occorre capire se la nostra è davvero una cattiva abitudine da demolire oppure se, al contrario, ne serve una buona per risolvere il problema. Per esempio: non ha senso dire «Voglio perdere l’abitudine di lasciare i piatti nel lavandino per tre giorni». La formula giusta è: «Voglio prendere l’abitudine di lavarli subito dopo avere mangiato». In questo numero vogliamo invece parlare di quelle che sono a tutti gli effetti brutte abitudini che non vanno cambiate, ma soppresse senza pietà. Un esempio banale ma efficace, come sempre da sostituire a piacimento: mangiarsi le unghie.

Spesso le cattive abitudini rappresentano un sollievo (o un’illusione di sollievo) per gestire emozioni come l’ansia o la rabbia. La maggior parte delle persone che si mangiano le unghie (categoria a cui, in passato, apparteneva anche chi scrive) concorderanno nel dire che sono più inclini a farlo nei momenti di forte stress. Quindi, questo ci suggerisce di evitare di proporsi di smettere in un periodo particolarmente difficile. Si rischia solo di sommare ansia ad ansia e di fallire, rinforzando quel pensiero diabolico che è il «Non sei capace, non ce l’hai fatta oggi e non ce la farai mai». Allo stesso tempo, occorre essere onesti con se stessi e non rimandare in eterno nell’attesa di un fantomatico momento ideale che non arriverà mai. Semplicemente, deve arrivare il giorno giusto in cui dire: «Si inizia». Sembra assurdo, ma se lo cercherete, lo sentirete arrivare. Attenzione: questo momento lo deve individuare l’onicofago in questione e nessun altro. Da ex mangiatrice di unghie, chi scrive ha sentito orde di parenti e amici incalzare per anni con frasi che andavano dalle minacce di mettere del peperoncino sulle dita a un sospirato «Che belle mani che avresti se smettessi di mangiarti le unghie» (argomentazione proposta all’incirca dall’età di quattro anni), passando dagli “schiaffetti” per allontanare le mani dalla bocca. Le intenzioni di parenti e amici in questione sono sicuramente ottime, ma per esperienza personale si può affermare che non sono utili o sono addirittura controproducenti, inducendo stress e il desiderio di mangiarsi le unghie alla facciazza loro. Se siete circondati da queste persone, spiegate loro gentilmente (se lo meritano, perché come si diceva le loro intenzioni sono buone) che la cosa deve partire da voi. Anzi, se siete abbastanza in confidenza, suggerite loro la via giusta per aiutarvi: osservandovi, possono capire insieme a voi quando siete più propensi a mangiarvi le unghie. Di solito, si tratta di situazioni di stress, noia o necessità di reprimere l’aggressività.

Nel momento in cui si capisce qual è la situazione che scatena il desiderio onicofago, occorre “intercettare” il desiderio. Se per esempio siamo in un momento di noia o di ansia, alziamo il livello di allerta: è probabile che fra poco succeda il fattaccio. Troviamoci allora qualcos’altro da fare con le mani. Deve essere qualcosa che ci dia piacere o sollievo: è sufficiente un piccolo gesto, come toccare qualcosa dalla consistenza piacevole (le palline antistress sono vostre amiche!) o scrivere un messaggio a un amico (ma attenzione alla dipendenza da smartphone!). La cosa migliore è variare, in modo da non “dirottare” la cattiva abitudine su un’altra negativa, come appunto incollarsi allo smartphone per sopperire ai momenti di emozioni negative.

Perdere una cattiva abitudine non è facile e, quando si riesce, si merita qualche piccolo premio. Appuntiamo i nostri piccoli traguardi sull’agenda e, per quelli più importanti, concediamoci qualche regalino. La cosa migliore sarebbe regalarsi del tempo da investire in attività salutari, come una mezza giornata libera da impegni per una camminata nel bosco, in modo che la nostra mente la associ a una sensazione di gratificazione.