Selfie ergo… sum: da Cartesio alla pratica del killfie

Selfie ergo… sum: da Cartesio alla pratica del killfie

30 Maggio 2019 0 Di il Cosmo

di Elisabetta Testa –

Siamo l’esercito del selfie: cantavano così Lorenzo Fragola e Arisa, per descrivere una pratica ormai diffusissima. Farsi i selfie è all’ordine del giorno: giovani, adulti, anziani e persino animali (come dimenticare il selfie del macaco!) si immortalano.

Il selfie sembra essere un modo per trovare se stessi, per affermare la propria personalità, acchiappando like. Un po’ quello che sosteneva il filosofo francese René Descartes, Cartesio (1596-1650): per affermare la propria esistenza bisogna partire da un dato certo, innegabile. Nel caso cartesiano era il cogito ergo sum: penso, dunque incontrovertibilmente sono, esisto. Un punto di partenza molto nobile e di certo diverso rispetto a quella mentalità che si sta diffondendo sempre più: quella del selfie ergo sum. Chi non si fa un selfie non è nessuno: come se non ci fossero altri modi per affermare la propria esistenza. Come se la nostra esistenza dipendesse da uno scatto e solo da questo.

Ciò che spaventa e allarma è inserito nel Rapporto Italia 2019: sono 259 le persone morte in Italia tra il 2011 e il 2017 nel tentativo di scattarsi un selfie, in condizioni estreme, con l’obiettivo di acchiappare like sui social. 70 persone annegate, 51 vittime di incidenti, 48 bruciate, 16 fulminate, 48 cadute, 11 colpite da arma da fuoco, 8 uccise da animali selvatici: un meccanismo perverso che porta alla morte. Non è più selfie, ma killfie: un selfie che uccide, improvvisamente, in modi atroci.

Dal Rapporto emerge che l’89% dei casi di killfie sarebbe avvenuto tra giovanissimi, in età compresa tra i 10 e i 29 anni.

Il lato filosofico della questione ce lo suggerisce lo stesso Cartesio, il cui pensiero costituisce anche un consiglio: cerchiamo di capire chi siamo, ma facciamolo usando il cervello. Cartesio ci ha insegnato a dubitare di tutte quelle certezze che riteniamo tali ma che, di fatto, non sono altro che fragili castelli di sabbia. Basta una folata di vento per farli svanire nell’aria. Allo stesso modo, per scoprire finalmente noi stessi abbiamo bisogno di essere noi quella folata di vento che getta a terra quei castelli di sabbia, che fino ad ora abbiamo ritenuto vitali. La nostra società ha costruito solo castelli di sabbia e noi ci sentiamo in dovere di costruirne altri simili a questi: perché solo così ci sentiamo integrati e solo così ci sentiamo noi stessi. Sono tempi in cui l’online si confonde, si mescola con l’offline: chi siamo noi? Siamo quelli immortalati nel selfie di Instagram o forse quelli nel selfie su Facebook? Chi siamo noi? Davvero la nostra identità è appesa a un selfie? Un killfie è qualcosa di paradossale: siamo disposti a morire pur di affermare la nostra esistenza. E non c’è cosa più assurda di questa.

Quando qualcuno dice: “Io penso, dunque sono o esisto” deduce la sua esistenza con una semplice intuizione della mente… E forse sarebbe bene intuire piuttosto che continuare a fare…