Tessera elettorale con il cognome del marito: è polemica

Tessera elettorale con il cognome del marito: è polemica

30 Maggio 2019 0 Di il Cosmo

di Sabrina Falanga –

Chi la definisce una piccola cosa, dove “piccola” è sinonimo di insignificante, forse dimentica che il senso delle cose sta proprio nei dettagli. È in quelli che si nota la rilevanza, la differenza.

Sono state tante le segnalazioni: da Genova alla Sicilia, fino a Bruxelles, numerose donne hanno sottolineato la presenza del cognome del marito sulla propria scheda elettorale. Esempio: “Maria Rossi in Esposito”. La notizia ha fatto il giro dei Paesi grazie ai Social, tra i quali Facebook è stata la piazza dove più si è discussa la questione. 

Non si è ancora capito come mai la decisione, da parte di determinati Comuni, di accompagnare il cognome delle donne con quello del marito, si è però capito che nonostante non sia un obbligo avere sulla propria tessera il cognome del coniuge, a chi ha chiesto che venisse tolto è stato negato. “È la legge”, è stato risposto.

Ma la legge, fino a prova contraria, parla chiaro: “Per le donne coniugate il cognome può essere seguito da quello del marito”. Può, appunto. Non ‘deve’. E il ‘può’ dovrebbe costituire richiesta (e non sorpresa), ma soprattutto la possibilità di rifiutarsi.

Sono poche le donne che, ritirata la tessera elettorale con tanto di cognome del marito, sono rimaste indifferenti dinanzi alla novità; nessuna si è detta contenta, la maggior parte si è infastidita e si è sentita violata nella propria individualità. 

Ci si fa, soprattutto, due domande: la prima è perché sia necessario indicare tale dettaglio su una tessera elettorale dal momento che stiamo parlando di un diritto, quello di voto, pienamente individuale; la seconda è come mai sulle tessere elettorali degli uomini non vi è il cognome della moglie. 

So che il secondo quesito ha, all’impatto, un che di femminista ma nel pieno rispetto di questa rubrica (che non vuole essere femminista, ma – ricordiamolo – un luogo dove uomini e donne sono uguali) ragioniamoci insieme: vorrei tanto non pensare che anche in questo caso, come in tanti altri, le donne abbiano una posizione di inferiorità rispetto agli uomini, ma mi viene difficile non crederlo. Se anche sulle tessere maschili fosse stato indicato il matrimonio, ben lungi da me sarebbe stato sostenerlo; avrei, anzi, creduto in un sociale passo avanti, proprio dinanzi a un equilibrio tra le parti e una scelta che, sia per gli uomini sia per le donne, prevedesse la stessa modifica. Quello che viene, invece, da pensare è che il passo sia stato fatto all’indietro, perché ci troviamo a discutere sul diritto di una donna a non identificarsi nell’uomo che ha accanto, bensì solo in se stessa.

Sono passati da tanto, infatti, i tempi in cui la donna era identificata con il marito e ormai nemmeno più sui manifesti funebri è obbligatorio sottolineare il cognome del coniuge, altro caso in cui è possibile ma non doveroso. Eppure, qui, qualcosa di funebre lo percepiamo: la morte, sì, della dignità individuale. Non femminile. Individuale. Che è peggio.