The Party: il ritratto caustico di una borghesia inglese in decomposizione

The Party: il ritratto caustico di una borghesia inglese in decomposizione

30 Maggio 2019 0 Di il Cosmo

di Elisa Torsiello –

Uscito in sordina nel 2018, il film di Sally Potter con Kristin-Scott Thomas e il compianto Bruno Ganz, non ha paura di mostrare una borghesia inglese deliquescente, presa da paranoie e timori, e per questo in perfetta armonia con il periodo pre-Brexit.

Ci sono voluti ben 35 anni di carriera e nove lungometraggi, ma alla fine anche una donna dal forte senso dell’umorismo come Sally Potter è riuscita a firmare finalmente la sua prima commedia – sempre così si può definire – dal titolo “The Party”. Già, perché il film presentato in anteprima alla 67ª edizione del Festival di Berlino nel 2017 non si limita ai confini di un solo macrogenere, ma ne abbraccia tanti ed eterogenei, alternando con forte savoir-faire tragedia e umorismo.

Con “The Party” la regista inglese porta sullo schermo un film sofisticato, energico e dallo humor tagliente come lame affilate. Un ritratto sprezzante e pronto a colpire in maniera sincera e non superficiale gli animi turbolenti che scuotono le mura domestiche di una Londra borghese in piena Brexit. A proiettare metaforicamente e metonimicamente l’ansia e i segreti nascosti sotto uno strato di vita apparentemente perfetta è la festa che dà il titolo all’opera, organizzata da Janet (una sempre intensa Kristin Scott Thomas), per festeggiare la sua neo-nomina a primo ministro.

Tra cucina, bagno e salotto vanno e vengono April (Patricia Clarkson) la migliore amica della padrona di casa, suo marito Gottfried (l’indimenticabile Bruno Ganz), la coppia lesbica in attesa di una coppia di gemelli (Cherry Jones ed Emily Mortimer) e l’uomo d’affari dal cuore infranto Tom (Cillian Murphy). Immobile, al centro del salotto, eccolo erigersi nelle vesti di semplice pezzo d’arredamento illuminato dalla luce riflessa del successo della consorte, un catatonico Bill (Timothy Spall). Il colpo di pistola iniziale, come un big-bang dalla potenza creatrice, genera un uragano pronto a colpire questo strano assortimento attanziale, rimuovendo il velo di segreti e ipocrisia che lo riveste. Ne consegue un braccio di ferro tra causticità psicotica e sottile denuncia sociale, il tutto trainato da un umorismo tagliente, tipicamente british.

L’uso del bianco e nero ricorda solo esteticamente quello delle screwball comedy alla “Susanna!” (Howard Hawks, 1938) finendo così per contraddire l’ammontare di ilarità che costella “The Party”. L’opera viene ben presto condita da una stratificazione narrativa fatta di molteplici sottotrame che strizzano l’occhio ai film di Robert Altman, con una spruzzatina di sarcasmo esacerbato dalla claustrofobica unità aristotelica di luogo e tempo, già sperimentato da Roman Polanski in “Carnage” (senza dimenticare “Il fascino discreto della borghesia” di Luis Buñuel). Il kammerspiel della regista inglese si trasforma allora in una galleria di figure grottesche e carnevalesche, schiacciate dalle loro idiosincrasie e dal peso dei loro segreti. Un’analisi spietata e un giudizio altrettanto impietoso, supportato dall’uso del grandangolo che comprime i personaggi sullo sfondo, deformandoli.

Dinnanzi alla forza giudicatrice della Potter, burattinaio manicheo di una a tratti caricaturale registrazione di vita borghese, a nulla potranno le ancore di salvezza personali di questi personaggi luciferini (le strisce di cocaina per Tom, la musica per Bill, la gravidanza per Martha). Le loro confessioni non sono altro che un fiume in piena pronto a devastare inesorabilmente le loro esistenze.

Se quello di Alberto Sordi era un “borghese piccolo piccolo”, quelli che animano il microcosmo farsesco creato dalla Potter sono borghesi alienati, che una volta varcata la soglia di casa, si rivelano per la loro tolgono le loro maschere di ostentata normalità, per rivelare la loro essenza dissimulatrice.