“Belle e brave”, no grazie. Le regole di comunicazione contro i cliché di genere

“Belle e brave”, no grazie. Le regole di comunicazione contro i cliché di genere

6 Giugno 2019 0 Di il Cosmo

di Sabrina Falanga –

Tra i vari titoli di giornale sui quotidiani sportivi, avete mai letto di un Cristiano Ronaldo definito come il “sexy attaccante della Juventus” o “l’addominale d’acciaio della nazionale portoghese”? Qualcuno di voi ha mai sentito parlare di un “affascinante Guardiola” o sentito dire che il calciatore Olivier Giroud “nonostante sia un belloccio è anche bravo a giocare”? 

L’accostamento agli aggettivi qualificativi avviene, invece, molto spesso quando si tratta di sport al femminile: la sexy guardalinee, la “campionessa anche stile” (perché siamo ancora intrappolati nel binomio bella-stupida e se una donna è bella e anche ‘capace’ è una notizia), o il tanto discusso titolo – che portò al licenziamento di un giornalista – sul “trio delle cicciottelle” che sfiorò il miracolo olimpico al tiro con l’arco.

È un dato di fatto, insomma: l’informazione giornalistica sportiva è ancora parecchio inquinata dagli stereotipi di genere. E in un mondo in cui la comunicazione la fa da padrona e influenza la maggior parte dei pareri, delle opinioni, dei pensieri e degli atteggiamenti sociali, è fondamentale che si intervenga (più alla Del Piero, che alla Gattuso) affinché non vengano passati i messaggi sbagliati, spesso in modo subliminale ma comunque efficacemente persuasivi.

Ora più che mai questa necessità si fa sentire: siamo, infatti, alla vigilia di un appuntamento importante, ovvero il Mondiale di calcio femminile che si disputerà in Francia dal 7 giugno e per questo l’associazione Giulia Giornaliste e Uisp hanno lanciato alcune regole di buon giornalismo per evitare gli stereotipi e i cliché che abbondano ogni volta che si scrive di donne e sport.

Il manifesto per una diversa informazione ha già raccolto l’adesione dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti e quello del Lazio, Fnsi, Cpo Fnsi, Usigrai, Cpo Usigrai, Ucsi, Ussi, Associazione Italiana Calciatori, Assist e Gender Interuniversity Observatory.

La linea guida prevede che: si scriva delle atlete nello stesso modo in cui si scrive degli atleti, evitando di soffermarsi sull’aspetto fisico, sul look o sulle relazioni sentimentali; non ci si focalizzi nelle immagini su parti del corpo in modo ammiccante; si dia alle discipline sportive femminili visibilità al pari di quelle maschili, in termini di spazi. Inoltre, si chiede agli editori l’impegno a coinvolgere più giornaliste e commentatrici nelle redazioni sportive, nella cronaca televisiva e radiofonica; la declinazione al femminile dei ruoli, le funzioni e le cariche, ad esempio la centrocampista, l’arbitra, la dirigente, la presidente, l’allenatrice. In fine, si chiede di evidenziare le discriminazioni e le differenze di genere nello sport per quanto riguarda i compensi, il valore dei premi e dei benefit, le tutele per le atlete, la scarsa rappresentanza a livello dirigenziale.

Insomma, leggere “dai tacchi ai tacchetti” ci aveva rotto le ovaie. Diciamolo. E ai colleghi giornalisti chiediamo di andare oltre. Perché, come canta Cremonini, “giochiamo ad armi pari, gli uomini e le donne sono uguali”.