Cannabis light sì, cannabis light no: che cosa succederà al mercato?

Cannabis light sì, cannabis light no: che cosa succederà al mercato?

6 Giugno 2019 0 Di il Cosmo

di Deborah Villarboito –

Una settimana fa la Corte di Cassazione ha emesso una sentenza sulla cannabis light, cioè sulla cosiddetta “erba legale” che ormai da un po’ di tempo è venduta in tabaccherie, bar e negozi specializzati in tutta Italia. La Cassazione, in breve, ha stabilito che è illegale la vendita di «foglie, inflorescenze, olio, resina» di cannabis, a meno che «siano in concreto privi di efficacia drogante».

È una sentenza che ne ribalta un’altra risalente ad appena quattro mesi fa e apparentemente anche una legge, e che ha creato sconcerto in un settore che dà lavoro a diverse migliaia di persone in Italia. Ma la verità è che non è ancora chiaro che effetti avrà la sentenza, e per ora ha soltanto aggiunto confusione a un tema già piuttosto intricato. La sentenza, in pratica, dice che la vendita dei derivati della cannabis più diffusi non è regolata dalla legge 242 del 2016, com’era in precedenza: salvo che nei casi in cui questi derivati non abbiano effetti droganti. In questo caso, sembra dire la stessa sentenza, si possono ancora vendere. Questo limite, almeno finché non verranno depositate le motivazioni della sentenza, è però soggetto a interpretazioni.

Il principio alla base della cannabis legale, infatti, è proprio che non ha un effetto drogante: attualmente, per legge, non può superare lo 0,6 per cento di THC, il principio attivo che dà alla marijuana l’effetto psicotico. Questo livello molto basso fa sì che la cannabis legale non abbia l’effetto drogante della marijuana tradizionale, e anzi: secondo molti, e sicuramente secondo chi la vende, non ne ha alcuno. Per questo al momento sembra molto improbabile che i negozi di cannabis light debbano chiudere: fino a quando non si saprà nel dettaglio cosa intende la Cassazione per “effetto drogante”, ogni commerciante a cui venisse contestata la vendita di cannabis light potrebbe ribadire che il contenuto di THC è quello considerato al di sotto della soglia drogante.

C’è però molta incertezza su cosa succederà e probabilmente verrà chiarita soltanto quando verranno depositate le motivazioni, cosa che può richiedere diverse settimane. Nel frattempo potrebbero esserci più controlli da parte delle forze dell’ordine: ma questi potevano esserci anche prima e potevano ugualmente portare alla chiusura dei negozi. La sentenza dice che è vietata la vendita di oli, resina, inflorescenze e foglie di marijuana sativa perché la norma sulla coltivazione non li prevede tra i derivati commercializzabili, a meno che questi prodotti siano in concreto “privi di efficacia drogante”. È questo il passaggio che, in attesa delle motivazioni, lascia il punto interrogativo sulla futura vendita.

L’efficacia drogante è il punto importante di tutto il testo normativo: in Italia abbiamo dei limiti ben precisi di concentrazione per definire la canapa con effetto drogante. Lo 0,2% di THC è considerato non drogante, anche se la letteratura scientifica in merito è carente, e in Paesi vicini a noi quel limite è stato fissato all’uno percento. Anche nell’Unione Europa si era partiti più in alto, con uno 0,5%, che negli anni è stato via via ridotto “per principio di precauzione”. Ma è di questi mesi la notizia che si sta tentando di ritornare a quello 0,5%. I coltivatori che hanno piante di canapa presenti nella lista dell’UE con una concentrazione di THC tra lo 0,2% e lo 0,6% non rischiano nulla dalla sentenza della Cassazione. Come non rischiano nulla tutti quei negozi che vendono la cannabis Sativa L. con limiti di THC fino allo 0,2%, come dovrebbe essere già da prima della sentenza 4920 di gennaio 2019.

Della piena legittimità dell’uso della cannabis proveniente dalle coltivazioni lecite deriva che il suo consumo non costituisce illecito amministrativo ex art 75 d.P.R. n. 309/1990, a meno che non emerga che il prodotto sia stato in qualche modo alterato e che di questa condizione chi lo detenga per cederlo sia consapevole. Sulla base del comunicato della Cassazione e dei tanti servizi sui media, molti negozianti hanno scelto di chiudere (magari temporaneamente), preoccupati per il futuro delle loro attività. Ma in realtà, se commercializzano cannabis sativa acquistata da coltivatori regolari che hanno effettuato controlli sul quantitativo di THC, non rischiano nulla. La cosa importante è che i fatti vengano spiegati per bene, sia dalle autorità che dai giornalisti. Anche chi è incaricato di fare i controlli va istruito a dovere, per evitare di mandare in fumo l’impegno imprenditoriale dei tanti che si sono buttati nel settore in questi ultimi anni.