Caso Assange: la stampa americana compatta contro l’uso dell’Espionage Act

Caso Assange: la stampa americana compatta contro l’uso dell’Espionage Act

6 Giugno 2019 0 Di il Cosmo

di Martina Cera –

A quasi un mese dall’arresto di Julian Assange presso l’ambasciata dell’Ecuador a Londra, dove il fondatore di WikiLeaks si è rifugiato per sette anni, il Dipartimento di Giustizia ha aggiunto  al sui impianto di accusa diciassette nuovi capi di imputazione che rischiano di costare all’attivista australiano fino a 175 anni di carcere sulla base di una legge del 1917, l’Espionage Act.

Se inizialmente sembrava che le accuse ad Assange si basassero tutte sulla famigerata legge usata per perseguire i crimini informatici, la Computer Fraud and Abuse Act (CFAA), negli ultimi giorni i giudici americani hanno abbandonato le cautele che avevano spinto gli analisti internazionali a credere che per evitare una rivolta nella stampa americana e internazionale l’Espionage Act non sarebbe stato utilizzato nell’impianto di accusa.

La CFAA è stata utilizzata in passato per perseguire non solo cybercriminali, ma anche attivisti per il libero accesso all’informazione. Nel caso di Assange l’accusa principale era quella di aver cospirato per commettere una violazione del sistema informatico esponendo così informazioni governative che avrebbero avvantaggiato Stati terzi. Aiutando attivamente Chelsea Manning a rendere pubblici sulla piattaforma WikiLeaks informazioni riservate su Iraq, Afghanistan e i “diplomatic cables”, rapporti ufficiali scritti da funzionari e ambasciatori facenti capo al Dipartimento di Stato americano, Assange avrebbe rischiato almeno cinque anni di carcere. Un numero irrisorio, se confrontato con quelli previsti dall’Espionage Act.

L’Espionage Act è la stessa legge che gli Stati Uniti cercarono di usare contro Daniel Ellsberg per la rivelazione dei Pentagon Papers, documenti top secret sulla guerra in Vietnam che nel 1973 portarono allo scandalo Watergate e all’impeachment del presidente Nixon. Allora la stampa americana, facendo appello al Primo Emendamento che protegge la libertà di informazione e il giornalismo in America, si schierò al fianco di Ellsberg in tribunale e riuscì a spuntarla. Da allora la norma è stata utilizzata soprattutto per punire i leakers, ed è per questo motivo che negli scorsi giorni il Dipartimento di Giustizia ha cercato in tutti i modi di tracciare un solco tra i giornalisti e Assange, che non apparterrebbe a questa categoria. Nonostante questi tentativi la reazione dei giornali non si è fatta attendere: dal New York Times, che descrive un “pericoloso precedente che giudica come criminali le azioni legate all’ottenimento, e in alcuni casi anche alla pubblicazione di segreti di Stato” al tweet di Margaret Sullivan, editorialista del Washington Post, che parla del superamento di una “linea rossa” fino al Time, che accusa il Dipartimento di Giustizia di criminalizzare il giornalismo, la stampa americana si è schierata compatta al fianco di Assange e delle associazioni per le libertà civili.