Il nipote romanista, il dialetto umbro: una disfatta

Il nipote romanista, il dialetto umbro: una disfatta

6 Giugno 2019 0 Di il Cosmo

di Alessandro Pignatelli –

Quando non hai figli, ma hai un nipotino, un po’ lo consideri pure ‘tuo’ e vorresti poter educarlo secondo le tue aspettative. Nel caso specifico, posso parlare di sconfitta su tutta la linea. Lui è umbro doc, parla decisamente umbro (pur avendo sei anni e mezzo soltanto) perché in casa sente parlare umbro (non da me, ovviamente). E io mi stupisco le poche volte che lo correggono e che loro – nonni, mamme e zia – a loro volta dicono: “Si dice facciamo, si dice andiamo”. Ma scusate, e siete voi i primi a parlare umbro, e lui vive prevalentemente con voi, e se poi anche a scuola ascolta i compagni parlare allo stesso modo, potrà mai crescere pronunciando in italiano corretto verbi e frasi? Insomma, venisse su veneto o siciliano, allora sì che ci sarebbe da stupirsi. Ma così.

Questa è la prima sconfitta al fronte. Anche io magari ho modi di dire e accenti ‘nordici’, ma le parole le pronuncio sempre in italiano. La seconda fucilata al cuore è il tifo calcistico. Questa è l’età in cui inizi a seguirlo, volente o nolente, e questo a me non può che fare piacere naturalmente. Ma i miei sogni di vederlo diventare juventino, la mia voglia di regalargli una maglietta bianconera si sono presto scontrati con l’influenza paterna. E il mio nipotino ora è un Lupacchiotto. Sì, insomma, tifoso della Roma. Mi fa domande, s’informa, ma giallorosso resta. Del resto, io diventai juventino più o meno alla sua età. Gli vorrei dire: guarda che da romanista, non è che gioirai molto. Ma sarebbe sbagliato. Anche se il suo tifo è ancora acerbo, c’è. E proprio io so quanto possa essere ‘unico’ essere il fedelissimo di una squadra. Ti aiuta a crescere, ti pone degli obiettivi, ti fa aspettare date e partite. Certo, le mie e le sue non saranno mai le stesse, ma mi auguro almeno che prima o poi non tiri fuori anche lui ‘er go’ de Turone’. Non potrei sopportarlo, no. Prima o poi vuole che lo porti allo stadio, naturalmente a vedere la Roma. Cederò? Forse sì. Da semplice appassionato di calcio, ovviamente.

Non so se con un figlio avrei potuto agire in modo più invasivo. Probabilmente sì. Magari sul modo di parlare non tanto perché in fondo lui sarebbe nato e vissuto qui. Anche se io, nato e vissuto in Piemonte, con genitori del Sud, non ho mai imparato alla perfezione né il vercellese né il dialetto dei miei. E sapete perché? Perché in casa si parlava comunque in italiano. Avrei potuto incidere, avrei dovuto, almeno sulla squadra del cuore. Avrei cresciuto una Zebra in tutto e per tutto. Uno juventino o una juventina. Avrei fatto il possibile, se non altro. Iniziando con la prima maglietta bianconera, con il poster di Ronaldo, con la gioia e la sofferenza per ogni ‘maledetta domenica’, o sabato, o martedì, o mercoledì. Gli avrei raccontato, come fosse una favola, di quando Michel Platini si distese in campo durante la finale di Coppa Intercontinentale. O dell’ultimo rigore di Jugovic a Roma. No, non gli avrei imposto di diventare juventino, lo sarebbe divenuto dolcemente. Come successe per me ormai quasi 40 anni fa.