“Perchè bere e guidare quando puoi fumare e volare?”

di Federica Pirola –

Questo se lo chiedeva Bob Marley qualche tempo fa, ma siamo sicuri che sia la domanda giusta  oggi?

Un viaggio nel mondo della droga ( in senso metaforico) e uno studio sui suoi reali effetti forse può darci la chiave di lettura di questo fenomeno.

Si sono fatti dei passi riguardo alla legalizzazione della cannabis, attraverso la legge 242 del 2016, che ne legittimava la coltivazione – con una percentuale di THC fra lo 0,2% e lo 0,6% –   rendeva leciti gli utilizzi alimentari e cosmetici e sentenziava: “non sono vietati altri usi non menzionati”. Quella legge ha permesso l’apertura di numerosi negozi, all’interno dei quali si vendevano infiorescenze, olio, foglie e resina, ma anche pasta e lecca lecca al gusto di canapa.

Ebbene, la macchina messa in moto da quella sentenza, si è trovata ora un grosso cartello di stop. Per la Cassazione infatti, la legge non consente la vendita o la cessione a qualsiasi titolo dei prodotti derivati dalla cannabis. Una grossa retromarcia per l’automobile della canapa, che adesso si trova in difficoltà a fare manovra. Di fatto, si dice, “la cannabis light non esiste”.

A questo punto forse sarete confusi, ma tranquilli, non siete i soli.

Per capirci qualcosa, mi sono recata in uno di questi famigerati negozi di Cannabis-light, che, per questa novità legislativa andrebbe chiuso, e ho chiesto all’esercente quale fosse il suo punto di vista sulla faccenda.

Il negoziante dunque comincia a parlarmi di tutti i benefici della cannabis: è una sostanza naturale, biologica, permette di alleviare i dolori di molti anziani, è una terapia interessante nel momento in cui le cure a base di cortisone non funzionano più. E poi, prendendo in mano un sacchetto di semi di canapa, mi dice: “Guarda quante proteine ha! Nemmeno una bistecca ti da così tante proteine”. Di fronte a tutti quei vantaggi, rimango un po’ perplessa. L’utilizzo terapeutico della cannabis è innegabile. Tuttavia, il consumo di questa sostanza porta anche a una diminuzione della memoria a breve termine e a disturbi della parola, oltre che a una certa difficoltà motoria e stato di catalessia. Inoltre, dal consumo di questa sostanza consegue una diminuzione dell’ormone della crescita e un indelebile danno alle cellule nervose, portando a malattie neurodegenerative. È inutile nascondersi dietro un biscotto di canapa: essa, come tutte le droghe, fa male. La cannabis poi è il primo passo verso droghe più pesanti e non è un modo di dire, ma un fatto scientifico. L’organismo umano, dopo averne assunta una certa quantità, richiede dosi più elevate o sostanze più pesanti. È una scala e più si va avanti più la vertigine fa cadere. Sotto però non c’è nessuna rete di salvataggio.

Provo a ribadire al commerciante questi effetti collaterali, ma egli obietta, dicendo che nel suo negozio non si vende droga, poichè i livelli di THC sono molto bassi. Al massimo, lui vende un’alternativa allo Xánax e permette a qualche studente in sessione di tranquillizzarsi con qualche goccia di canapa sublinguale. Provo allora a sottolineare che il fatto che ci sia un basso livello di THC non rende la sostanza innocua: basta prenderla più volte e l’effetto stupefancente si raggiunge. Ma lui non è d’accordo. Mi spiega che il fine di questi cannabis shop non è quello di incentivare l’uso della sostanza : “non siamo dei drogati”. Al contrario, l’apertura di questi  negozi avrebbe voluto fermare la criminalità organizzata attorno al commercio della droga, promuovendo una politica di controllo. Eppure, ad oggi, gli spacciatori delle stazioni non mi sembrano disoccupati, nonostante ci siano queste alternative “legali”.

Insomma, luci e ombre attorno a questo tema così delicato. Da una parte,  con uno spinello si può volare, come ci diceva prima il vecchio Bob Marley, ma credo che in ogni caso la caduta a terra faccia più male. Dall’altra parte però, la storia ci ha insegnato che ogni tipo di proibizionismo è inutile. La gente consuma cannabis: è un fatto incontrovertibile. Tanto vale legalizzarla e offrire una valida alternativa rispetto allo spaccio in strada.

Il problema però sarebbe da affrontare alla radice: in casa con una sana educazione e nelle scuole con un’ efficace informazione sugli effetti reali che uno spinello può avere. Si dovrebbero controllare gli ambienti in cui vivono i ragazzi, perchè inevitabilmente fanno da sfondo alla loro crescita. Ci possono essere compagnie sbagliate che, unite alla facilità con cui si può reperire la droga, avvicinano i giovani a questo tipo di sostanze. Oltre a queste motivazioni ambientali, ci sono però anche delle profonde motivazioni intrinseche. Alla base, c’è una fragilità e vulnerabilità psicologica dell’individuo, predisposto dunque a porre in essere un determinato comportamento. A parità di condizioni, mi informa una psicologa, un individuo “integro” non sarà così portato ad avvicinarsi al mondo della droga o a sviluppare una dipendenza da questa rispetto a quanto lo sarebbe un individuo fragile.

Forse quindi il problema sta proprio alla base. Forse dovremmo occuparci di educazione e di formare persone che abbiano un proprio spirito critico, piuttosto che chiedersi se una bevanda alla canapa possa essere considerata droga o meno.

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