Bella Addormentata: l’eutanasia narrata da Marco Bellocchio

Bella Addormentata: l’eutanasia narrata da Marco Bellocchio

13 Giugno 2019 0 Di il Cosmo

di Elisa Torsiello –

Era il nove febbraio del 2009 quando Eluana Englaro, tra proteste e addii sommessi, dopo 17 anni passati in coma vegetativo morì a Udine per case naturali sopraggiunte a seguito dell’interruzione della nutrizione artificiale. Un caso, il suo, non solo dall’enorme portata mediatica, ma anche giudiziaria e politica. Tanto si è scritto e tanto si è dibattuto sul caso Eluana Englaro. Eutanasia, testamento biologico, libero arbitrio: il nome della giovane continua a campeggiare tra le pagine di cronaca, eletto a manifesto del diritto di scegliere autonomamente se e quando staccare quella eventuale spina. Il nome di Eluana, oltre a risuonare nelle nostre case in seguito alla recente vicenda della 17enne olandese Noa Pothoven, lasciatasi morire di fame dopo aver convissuto per anni con una forte forma di depressione scaturita a seguito di una violenza, nel 2012 ispirò anche uno dei film più toccanti e coraggiosi di Marco Bellocchio: “Bella Addormentata”.

Mente lucida e audace creatore del nostro cinema, Bellocchio affronta l’attualità indagandola non dal suo interno, ma attraverso un campionario di personaggi chiamati a dar voce agli effetti e risonanze mediatiche e personali che tale caso ha suscitato nelle loro vite e, in pars pro toto, in tutta la nostra società. Senza speculare sul paradigma manicheo, ma in maniera poetica e delicata, Bellocchio narra dolori, timori, titubanze che si addensano attorno a una tematica come l’eutanasia, supportato anche da uno spettro di personaggi eterogenei che si fanno portavoce di questioni e riflessioni introspettive. Il caso di Eluana diventa dunque per il regista di Bobbio linfa vitale attorno a cui sviluppare eventi differenti, ma tutti più o meno correlati al nucleo originale scaturito dal fatto di cronaca. Le ultime ore di vita della ragazza sono mostrate di sfuggita e indirettamente su schermi televisivi su cui si rincorrono dibattiti politici e notizie flash dei telegiornal. È una società dominata dalla transmedialità quella in cui viviamo e Bellocchio non ha paura di ricordarcelo; il mondo dell’audiovisivo sfoggia il potere di modellare il nostro pensiero, di smuovere i nostri ideali, eppure il cineasta non si arroga il diritto di elevarsi a portatore della verità assoluta. Sebbene quello che abita l’universo del suo “Bella Addormentata” sia un affresco corale, Bellocchio non intende emulare lo stile di Robert Altman; non cerca insegnamenti od opposizioni di pensiero. Offre spunti di riflessioni, input umani nascosti dietro le storie dei propri personaggi. Sono loro, con le loro idiosincrasie, paure e fragilità, il cuore dell’opera, riverberazioni di una società perennemente divisa in fazioni dicotomiche.

Fautori di questi mondi sono dunque un senatore del PdL (Toni Servillo) chiamato a votare in parlamento una legge che non riesce a far sua, sua figlia, Maria (Alba Rorhwacher), attivista del Movimento per la vita che si reca a Udine per manifestare davanti alla casa di cura dove si trova Eluana, Roberto (Michele Riondino) e suo fratello minore dalla personalità disturbata, schierati su un versante più “laico”, un’attrice (Isabelle Huppert) sconvolta dopo che la figlia è sprofondata in uno stato vegetativo tanto da trascurare l’altro figlio aspirante attore, una tossicodipendente autolesionista (Maya Sansa) salvata da un risoluto medico (Pier Giorgio Bellocchio) la cui premura va ben oltre i limiti imposti dal proprio mestiere.

Bellocchio è un autore con un occhio al presente e uno passato, quello più personale e autobiografico ambientato tra il paese di Bobbio e Piacenza (“I pugni in tasca”, “Vacanze in Val Trebbia”) e quello nazionale, condivisibile dall’Italia intera. I racconti che ne scaturiscono, anche quando prendono le mosse dalle pagine di cronaca, riescono sempre ad ammantarsi delle vesti di sogno e irrealtà. Sono eventi drammatici, a volte rilegati nell’anonimato oblio (“Vincere”) o capaci di sconvolgere l’Italia intera (“Buongiorno Notte”, “Il Traditore”) accolti dalle mani di Bellocchio con attenzione e grazia, e restituiti indietro nelle forme di fiabe. Con un tocco di onirico, anche nella “Bella Addormentata” (e come molto prima di lei ne “L’ora di religione”) Bellocchio torna ad interrogarsi sul senso delle nostre scelte quotidiane allestendo una scena teatrale suddivisa in quadri differenti e tutti dominati da attori che interpretano i propri personaggi come se si trattassero di attori improvvisati all’interno di uno spettacolo intitolato “vita”. C’è chi poi attrice lo è veramente come il personaggio interpretato da Isabelle Huppert, la quale rinchiusa nella sua illusoria convinzione di portare a termine la propria pièce teatrale, affida alla parola una potenza creatrice e salvifica che nella vita reale non ha. “Svegliati”, “vattene” sono ordini evanescenti. Non modificano la situazione, non aprono gli occhi, non salvano la vita. E così Rosa, come Eluana per 17 anni, non sarà altro che una “bella addormentata” nell’attesa che qualcuno le ridia la vita. Anche a costo di togliergliela.