Riviera d’Africa: lo sport come linguaggio universale che va oltre le differenze

Riviera d’Africa: lo sport come linguaggio universale che va oltre le differenze

13 Giugno 2019 0 Di il Cosmo

di Deborah Villarboito –

Riviera d’Africa è la squadra composta interamente da richiedenti asilo che giocano nel campionato CSI della regione Piemonte. Lo scorso anno si sono classificati secondi in serie A e a livello regionale, oltre che per i risultati sportivi anche per Fair Play, a premio del buon comportamento dimostrato in campo. Quest’anno hanno vinto sia il campionato sia la coppa e sono arrivati primi in tutte le competizioni. Ora sono ancora in gara per il titolo regionale e domenica 16 giugno ci sarà la finale. La squadra è stata fondata nel 2015-2016 e come detto è formata esclusivamente da richiedenti asilo che fanno parte dei diversi centri della cooperativa VersoProbo in zona Lago, in provincia di Novara e conta circa 25 ragazzi tesserati. È iscritta, dall’anno della sua fondazione, al Centro Sportivo Italiano ed era stata inserita nella serie B. Il primo anno la squadra ha dato subito i primi risultati vincendo il campionato. Nel 2016-2017 sono stati inseriti nella serie A per diritto.

Hajiba Amaouch è la giovane dirigente della squadra che con l’allenatore Stefano Accomazzo si occupa della preparazione dei ragazzi. «La squadra cambia di anno in anno, ci sono dei richiedenti asilo che sanno giocare, perchè nel loro Paese di provenienza militavano già nelle varie serie, altri lo faceva come lavoro altri per hobbie. Si hanno ragazzi dai 18 anni fino ai 30 che arrivano dalla Nigeria, dal Senegal, dalla Costa d’Avorio, dal Gambia, dal Mali, dal Camerun, dalla Guinea» spiega Hajiba.

Progetto nasce e continua per lo spirito di integrazione: «Il calcio è l’unica cosa che bene o male unisce tutti. È una lingua, un po’ come la musica. Riviera d’Africa nasce per far vedere che questi ragazzi sanno fare anche altro, che sanno giocare a calcio, rapportandosi anche alle altre squadre della zona – continua la dirigente – Per questi ragazzi è una competizione, una cosa che riescono a fare loro. Sono richiedenti asilo che aspettano qualcosa, mentre giocare a calcio li impegna subito e lo fanno per loro stessi. È un’attività che a loro piace tanto perchè alla fine non è diversa da come la facevano nel loro Paese. Dona a loro un filo conduttore: è una cosa che hanno iniziato a fare e che possono portare avanti. Viene visto come l’unico momento di svago in cui riescono a fare un’attività già incominciata nel proprio paese». Altra particolarità della squadra è quella di essere composta da giocatori di nazionalità, lingua, e religioni diverse. La comune passione per lo sport in questo caso diventa il collante e il modo di capirsi comune.

Non tutte le squadre del campionato accolgono però bene i calciatori di Riviera d’Africa. «Lo scorso anno abbiamo subito insulti razzisti e ci sono state delle risse. Abbiamo resistito e quest’anno l’abbiamo vissuto molto meglio. Dopo quattro anni si sono integrati e anche le altre squadre hanno capito che sono delle persone normali che giocano a calcio, anche se fisicamente più forti di costituzione e il loro modo di giocare è un po’ diverso rispetto alle squadre che incontriamo, ma quest’anno dobbiamo dire di essere stati davvero integrati – spiega – Ci hanno sempre accolto come qualsiasi squadra, tranne in pochi casi. Più si va avanti nel tempo più il progetto viene accettato, diventando una squadra come le altre».

Non solo la difficoltà nel far riconoscere la squadra a causa della sua particolare formazione, ma anche del suo dirigente. Hajiba Amaouch è una delle poche donne del campionato a ricoprire un ruolo dirigenziale: «Anche questa cosa è stata vista diversamente e a volte non molto bene, anche dagli altri allenatori e dirigenti che non si sono risparmiati commenti sessisti e offese – conclude – Dai miei ragazzi però, ho sempre ricevuto solo sostegno e rispetto, come se fossi una sorella maggiore da ascoltare».