Se un like vale più della verità: non si usa più verificare le notizie perchè si perde tempo

Se un like vale più della verità: non si usa più verificare le notizie perchè si perde tempo

13 Giugno 2019 0 Di il Cosmo

di Deborah Villarboito –

Siamo nell’epoca in cui i grandi titoli contano più dell’esattezza delle storie che descrivono. Il lavoro del giornalista si sta trasformando per la maggiore ad una corsa alle visualizzazioni e agli accessi sulle edizioni online delle testate grandi o piccole che siano. Qualcuno potrebbe dire che capitava la stessa cosa nel momento in cui bisognava vendere copie. La differenza è che forse le notizie si verificavano un po’ di più. Le fake news non esistevano, al massimo erano qualche scherzo o cantonata di redazione. Ora l’essere i primi a dare una notizia prevale sulla veridicità dei contenuti, tanto con click si possono aggiungere rettifiche. L’ultimo caso eclatante riguarda la vicenda di Noa Pothoven. Un pacchetto perfetto: stuprata quando era bambina, non ha superato il trauma, muore a 17 anni a causa dell’eutanasia che in Olanda è legale. Tutto il nero e il tragico che spinge il mondo al like, alla condivisione e al commento incontrollato.

Quello che mi fa prendere le distanze dal mondo giornalistico italiano (ma in questo caso anche internazionale) è la corsa scorretta allo scoop. Invece di saltare gli ostacoli, verificando vicenda e fonti (siamo nell’epoca della comunicazione veloce, dell’inglese diffuso, dell’Europa con confini meno duri), colleghi e colleghi hanno preferito buttarli giù, a costo di pagare con la penalità dell’incompetenza, il primo posto per aver piazzato la notizia sul web. Non solo Italia a cadere nella buca: Stati Uniti, Canada e Spagna ci hanno fatto compagnia. L’eutanasia sia legale ha spinto molti giornalisti e commentatori a saltare alla conclusione che si sia trattato di eutanasia; il fatto che la stessa Pothoven avesse in effetti richiesto l’eutanasia (che però le era stata negata) ha complicato le cose. Il caso solleva questioni sulla rapidità con cui alcune notizie sbagliate, false o fuorvianti, si diffondono, rimbalzando anche su testate rispettabili, e su come una storia irresistibile – per i clic che genererà, per i dilemmi più ampi a cui rimanda – spinga a volte ad abbassare la guardia.

Repubblica aveva titolato “Olanda, stuprata da bambina ottiene l’eutanasia a 17 anni”; La Stampa “Stuprata da piccola, a 17 anni ottiene l’eutanasia in Olanda”; il Foglio “Olanda, eutanasia su una minorenne depressa.” Gli articoli sono stati modificati, e Repubblica ha pubblicato anche una nota di chiarimento. Sono caduti nella trappola anche importanti media internazionali, che però hanno tutti pubblicati rettifiche (successivamente il Daily Beast ha anche cancellato l’articolo). Un’altra questione sollevata è, appunto, la necessità di rettifiche chiare e tempestive. L’Italia meriterebbe poi un discorso a parte, visto lo spazio, particolarmente ampio, dato a questa notizia distorta, e il modo radicalmente diverso con cui i media vecchi e giovani l’hanno affrontata. Infine, dalle ricostruzioni si nota una catena interessante che procede per livelli di inaffidabilità: la notizia sbagliata è partita da fonti inaffidabili (i tabloid inglesi), è stata ripresa da media semi-affidabili (Newsweek) e da lì è finita su giornali generalmente molto affidabili (il Washington Post). Difficilmente un giornale di alto livello si sarebbe fidato di un tabloid inglese come fonte primaria, ma visto che la notizia era stata ripresa da testate di livello buono, seppure non eccelso, si sono fidati.

Un dato interessante è che in Italia c’è stata, sulla vicenda di Noa Pothoven, una sorta di frattura generazionale. I media giovani, o che si rivolgono a un pubblico relativamente giovane, hanno affrontato la questione dell’errore in modo molto più diretto ed esplicito rispetto ai media tradizionali, che si sono per lo più limitati a correggere il tiro degli articoli dove si era parlato di eutanasia. Il Post, per esempio, ha dedicato un approfondimento alla diffusione di questa notizia sbagliata. Lo stesso hanno fatto altri. Vice ha pubblicato un articolo intitolato “Il caso di ‘eutanasia della 17enne olandese’ è stato raccontato nel modo sbagliato”. Su Open, Davide Puente ha firmato il pezzo “No, Noa non è morta di eutanasia”. Poi c’è Esquire: “La storia di Noa Pothoven non è quella che avete letto”. Infine Fanpage: “La morte di Noa Pothoven: “Non è stata eutanasia. Si è lasciata morire di fame e di sete”. In questo caso, insomma, la divisione nell’approccio dei media si è basata, più che sul divario “alto-basso”, sulla distinzione “giovane-vecchio”. Questa dicotomia potrebbe essere ricondotta al fatto che, tendenzialmente, le persone sopra una certa età tendono a diffondere maggiormente le fake news, come dimostrerebbe uno studio americano di qualche mese fa, che però è stato contestato, tra le altre cose, perché prende in considerazione solo la diffusione di articoli veri e propri, e non tiene conto delle fake news che girano, per esempio, con alcuni meme.

Al di là di ciò, rimane sconvolgente come i giornalisti preferiscano copiare ed incollare piuttosto che verificare la correttezza del contenuto che stanno diffondendo. Una professione che si sta snaturando per via del “commercio” delle informazioni stesse, poiché valgono di più migliaia di commenti e condivisioni piuttosto che la dignità umana e la verità.