L’eccellenza della produzione italiana: il caso Lucky Red

L’eccellenza della produzione italiana: il caso Lucky Red

20 Giugno 2019 0 Di il Cosmo

di Elisa Torsiello –

Siamo così assuefatti dall’idea che i film italiani siano prodotti di “serie B” perché ormai incapaci di dire o aggiungere qualcosa di nuovo nel panorama internazionale, che non ci accorgiamo delle eccellenze che ancora oggi abitano i corridoi di quell’universo magico chiamato “cinema”. Sono attori, registi, scenografi, costumisti, sceneggiatori che portano alta la nostra bandiera illuminando un bagliore di speranza e talento che troppo spesso diamo per scontato. Tra questi luminari di stampo italiano vi è anche il caso di una casa di distribuzione che, complice la visione lungimirante e coraggiosa del suo patron, sta sempre più prendendo piede tra i colossi del nostro cinema: stiamo parlando della Lucky Red. Fondata nel 1987 e diretta da sempre da Andrea Occhipinti, in quasi 32 anni di attività sono oltre 400 i titoli distribuiti al cinema da questa casa di distribuzione indipendente, accumulando un meritato successo non solo grazie a nomi prestigiosi su cui puntare (Paolo Sorrentino, Danny Boyle, Lars Von Trier, Wong Kar Way, Michael Haneke, Frank Oz, Gus Van Sant, Wes Anderson, Alexander Payne, Paul Thomas Anderson, Tim Burton) ma grazie soprattutto a una linea autoriale e distributiva che va oltre alla portata mediatica e celebrativa del nome di punta, in quanto volta alla qualità e unicità del prodotto proposto.

E così, dopo molte porte sbattute in faccia, Gabriele Mainetti ha trovato in Lucky Red un trampolino di lancio per il suo “Lo chiamavano Jeeg Robot”. Un prodotto rischioso, preceduto da una scia di pregiudizi per un film sui supereroi di stampo italiano e una serie di critiche negative lanciate al suo predecessore, Il ragazzo invisibile di Gabriele Salvatores, che non hanno fatto altro che acuire l’idea che noi in Italia i cinecomic non li sappiamo fare. Occhipinti invece ha deciso di rischiare, di puntare su questo giovane cineasta vincendo la sfida. Accolto da una folla entusiasta alla Festa del cinema di Roma del 2015 “Lo chiamavano Jeeg Robot” diventa il caso cinematografico dell’anno; tutti ne parlano, in molti lo guardano e altrettanti lo premiano. Il film di Mainetti conquista otto David di Donatello (tra cui “Miglior regista esordiente” per Mainetti e tutti i premi attoriali), tre Nastri d’argento (“Miglior attore non protagonista” a Luca Marinelli e “Miglior regista esordiente” sempre a Mainetti) un Globo d’oro e quattro Ciak d’oro. Dopo aver fatto brillare anche in Italia la stella di autori di fama internazionale come Ang Lee, Lars von Trier, François Ozon, Jean-Pierre e Luc Dardenne, Park Chan-wook, Abdellatif Kechiche, Todd Haynes  e Hayao Miyazaki, con il successo di “Lo chiamavano Jeeg Robot” la Lucky Red diventa sempre più un caso emblematico di qualità e fiuto per i piccoli, ma grandi progetti. Seguiranno altri successi, ma è negli ultimi mesi che la casa di distribuzione di Occhipinti ritorna sulla bocca di tutti sorprendendoci ancora una volta.

Dopo il movimento #metoo e i casi di molestie sessuali che hanno colpito Hollywood, Amazon decide di bloccare l’imminente uscita dell’ultimo film di Woody Allen: “A rainy day in New York”. Una maledizione che sembrava incatenare la pellicola nel buio dell’oblio, senza speranza di uscita e visione. Come i numeri “cinque” e “otto” nel gioco di Jumanji capaci di sbloccare la partita e riesumare chi era confinato nella giungla, così Occhipinti smuove le acque rendendo possibile ciò che fino a poco tempo fa sembrava solo una lontana chimera: portare il film di Allen sul grande schermo. Il direttore della Lucky Red per l’ennesima volta non ha timore di puntare su ciò che è stato bistrattato, ignorato, allontanato. Quando nessuno, causa di controversie più o meno condivisibili (ma per questo non giustificabili l’impasse distributivo in cui “A Rainy Day in New York” era finito) ha voluto prendere posizione, la Lucky Red ha dimostrato il suo obiettivo principale: continuare a puntare sul talento.

Fedele a tali principi il team della Lucky Red il 27 giugno darà alla luce un altro film destinato ormai all’oscurità: “La mia vita con John F. Donovan” di Xavier Dolan. Atteso da più di due anni, non vi era un programma diramato da un qualsiasi festival cinematografico in cui gli appassionati del regista canadese non cercassero speranzosi comparire il titolo di questo film. Più passavano i mesi, più il destino di tale opera sembrava segnato: bloccato per sempre per motivi burocratici, o semplicemente per un’insoddisfazione del regista per la propria creatura, nessuno avrebbe scoperto come sarebbe stata la vita con il fantomatico John F. Donovan (interpretato dalla star di “Game of Thrones” Kit Harington). A poco è servito il cast stellare di cui il film vanta: Natalie Portman, Susan Sarandon, Kathy Bates e il giovanissimo ma talentuoso Jacob Teremblay (Room, Wonder). Il primo film in lingua inglese di Dolan non aveva intenzione di uscire dal proprio grembo facendosi largo tra acque amniotiche in tempesta. Occhipinti non ha avuto dubbi: sarebbe stato lui, che sul talento di Dolan aveva già puntato nel 2016 distribuendo “È solo la fine del mondo”, a (ri)portare in vita questo film; se fosse meglio o meno lasciarlo maturare ancora per un po’ negli antri archivistici di Dolan spetterà deciderlo al pubblico in sala. Per il momento non possiamo far altro che spendere elogi a una realtà come quella della Lucky Red, una delle eccellenze del cinema italiano di cui dobbiamo andare fieri.