Dal personale al nazionale: basta con la tragedia ad ogni costo

di Michela Trada –

Un bimbo perde tragicamente la vita annegando in uno dei parchi tematici più grandi d’Italia tra l’indifferenza generale dei bagnanti; nel torinese una piccola di soli due anni viene investita dalla mamma lungo il vialetto di casa. Una giovane donna perde la vita all’ottavo mese di gravidanza e un 26enne fisioterapista vede svanire i suoi sogni contro un guardrail dopo aver trascorso una felice serata con gli amici.

Morte, tragedia, distruzione: nelle home dei siti internet di informazione (locali e nazionali) o nelle prime pagine dei quotidiani non si legge altro. Sì certo, non mi sono dimenticata delle ennesime boutade di Salvini e Trump (quante le similitudini tra i due) o delle immancabili sparate sul calcio mercato estivo di Juve, Inter e Milan (il “lutto” per la prematura uscita di scena dell’Under21 azzurro è durato oggettivamente poco). Il motto giornalistico “bad good is news” non è mai stato così tanto in voga come negli ultimi tempi; ogni dramma viene descritto con dovizia di particolari, con aggiornamenti continui senza mollare mai la presa. Cosa ci spinge ad avere tutta questa sete di “nero”?

È davvero necessario scatenare schizzofrenicamente dentro di noi sentimenti di odio, tristezza e panico? È una riflessione che mi porto dentro da mesi spinta dall’idea che se tutti noi iniziassimo a parlare del bello e di ciò che funziona realmente in Italia forse il leit motiv generale sarebbe migliore. Facciamo caso, ad esempio, alle nostre bacheche social, in particolar modo a quelle di Facebook; passiamo dal narcisistico al lamentoso in un nano secondo alla continua ricerca di approvazione e compassione. L’esercito virtuale si schiera immediatamente tra gli “a favore” e i “contrari”, le polemiche impazzano, gli insulti volano e il contraddittorio non è minimamente ammesso. Il bello a volte quasi stride o viene visto come fastidioso dai più.

Il primo pensiero del mattino sembra essere quello del “mal comune mezzo gaudio” e sulla sfiga generale scatta automaticamente l’effetto di gruppo del “poverino” e della condivisione. Se cambiassimo il modo di riferirci a noi stessi? Se provassimo a ragionare in base al “se è felice lui posso esserlo anche io”? Certo in questa sfida i comunicatori e i giornalisti hanno una grande responsabilità: quella di spostarsi dalla logica del click ad ogni costo e del pungolamento dell’ego del leone da tastiera, al servizio della comunità. Al fare del bene. Il panico genera panico, il bello genera bello; come illustrato brillantemente dai colleghi di SkyTg24 lo scorso 25 giugno,  il clima che si respira oggi è molto simile a quello pre-bellico degli anni Trenta.

Diffidenza nei confronti dello straniero, barriere d’ingresso, controlli ogni due per tre e bombardamenti mediatici al negativo. Facciamoci portavoce dei Good is news e contrastiamo l’odio a cominciare dal nostro profilo personale. Anche le vittime di tragedie immani hanno bisogno della loro privacy celeste.  

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