Iran – Usa: il Golfo è una polveriera pronta ad esplodere

Iran – Usa: il Golfo è una polveriera pronta ad esplodere

27 Giugno 2019 0 Di il Cosmo

di Martina Cera –

Non accennano a placarsi le tensioni che da più di una settimana infiammano il Golfo Persico. 

L’attacco alle petroliere Front Altair e Kokuka Courageous di giovedì 13 giugno ha innescato l’ennesimo confronto tra Iran e Stati Uniti, ormai pericolosamente vicini allo scontro diretto. Non tanto perché l’amministrazione Trump o la presidenza Rouhani vogliano la guerra, e questo nonostante i falchi che da entrambe le parti mirano a stracciare quel poco che resta degli accordi raggiunti durante l’era Obama, ma perché in queste condizioni di tensione qualsiasi errore può dare fuoco alla polveriera in una delle aree più strategicamente rilevanti al mondo: dallo stretto di Hormuz, difatti, transita il 40% del petrolio commerciato via mare, con i porti rivieraschi al centro della logistica mondiale. 

Il danneggiamento delle petroliere, del quale non si conoscono ancora i responsabili, si è verificato durante la visita di Stato del premier giapponese Shinzo Abe. Anche se in via non ufficiale Tokyo ha tentato più volte di mediare nella crisi tra i due Paesi; per il Giappone la sicurezza energetica è una priorità e il primo ministro intrattiene buoni rapporti sia con la leadership iraniana che con l’amministrazione americana. Il tentativo di riportare la crisi sul tavolo della diplomazia, con il Ministro dell’Industria giapponese che dopo l’attacco ribadisce la necessità di discutere la crisi al G20 di Osaka in modo da attendere il verdetto degli esperti sulle responsabilità dell’attacco, rientra in una strategia più ampia osteggiata da molti nel Golfo: Arabia Saudita ed Emirati Arabi in primis, che subito hanno puntato il dito contro Teheran, e quell’ala più radicale legata ai pasdaran che si oppone al dialogo. 

Se in un primo momento sembrava che la crisi fosse congelata l’abbattimento di un drone americano nel sud dell’Iran, giovedì 20 giugno, ha riportato la tensione alle stelle. 

In un primo momento gli Stati Uniti, in risposta al messaggio alla tv di Stato iraniana, hanno negato l’accaduto, poi confermato in un secondo momento. Già in serata il generale Hossein Salami, comandante dei Guardiani della Rivoluzione, ha dichiarato che Teheran “Anche se non intende far la guerra a nessuno, è pronta alla guerra”, ribadendo che i confini sono la loro linea rossa. 

Nella situation room della Casa Bianca, intanto, si consumava lo scontro tra chi spingeva per lanciare un attacco a scopo di deterrenza – con John Bolton, Consigliere per la sicurezza; Mike Pompeo, Segretario di Stato e Gina Haspel, direttrice della CIA convinti della necessità dello scontro, e chi come Trump e i vertici del Pentagono, al momento senza un segretario, temporeggiava. Secondo la Casa Bianca ad una decina di minuti dall’attacco, con gli aerei pronti a partire e le navi in posizione, l’attacco, il presidente Trump avrebbe dato l’ordine di bloccare l’operazione dopo aver saputo una stima sulle vittime. La decisione è stata accolta con sorpresa soprattutto oltreoceano, ma in realtà Trump – che in Europa siamo abituati a vedere come una macchietta, ha una strategia ben precisa, la stessa che ha usato con la Corea di Kim. Sottoponendo Teheran ad una costante pressione il presidente cerca di ritornare al tavolo dei negoziati per imporre un accordo più vantaggioso, che limiti anche il ruolo dell’Iran nella regione. Trump, inoltre, intende mantenere la promessa fatta in campagna elettorale di disimpegnare le truppe americane nel mondo, continuando quindi a mantenere la linea già percorsa nello scenario siriano e in Venezuela. 

Nella giornata di ieri il presidente ha annunciato un nuovo giro di sanzioni, che questa volta andranno a colpire la Guida Suprema Ali Khamenei e il Ministro degli Esteri Mohammad Zarif, subito precedute da un’ondata di cyberattacchi.

La tecnica di massima pressione, tuttavia, potrebbe non dare i frutti sperati: quarant’anni di Repubblica Islamica insegnano che l’Iran non negozia sotto pressione e che, anzi, si siede al tavolo diplomatico solo in una condizione di vantaggio. Questo, sommato alla possibilità che un errore faccia deflagrare le tensioni, porta ancora una volta il Golfo sull’orlo di una crisi. E, con un’Unione Europea paralizzata e incapace di far sentire la propria voce, questa volta potrebbe essere il punto di non ritorno.