Quella in Sudan non è più una crisi dimenticata

Quella in Sudan non è più una crisi dimenticata

27 Giugno 2019 0 Di il Cosmo

di Martina Cera –

Nell’ultima settimana centinaia di persone hanno deciso di cambiare l’immagine dei propri profili social sostituendola con una semplice icona blu. È il “Blue for Sudan”, la risposta della rete alla quasi totale mancanza di copertura sui media occidentali alla crisi che da alcuni mesi sta travagliando il Paese. Il blu era il colore preferito da Mohamed Mattar, l’ingegnere ventiseienne rimasto ucciso durante gli imponenti scontri tra i manifestanti per la transizione democratica e le Rapid Support Forces, un gruppo paramilitare. Partita inizialmente come un’iniziativa della famiglia della vittima il #blueforSudan è diventato ben presto un hashtag virale, utile a trovare informazioni sui social per sopperire alla mancanza dei media mainstream. 

Qualche mese fa Alaa Salah, studentessa di Khartoum che incitava la folla al grido di thawra (rivoluzione, in arabo), è diventata l’icona di una protesta che in soli quattro mesi è riuscita a far cadere il regime trentennale di Omar al-Bashir. Se allora avevamo guardato con speranza al crollo della dittatura adesso non possiamo che guardare con timore all’ombra della dittatura militare che, dallo scorso 11 aprile, ha preso il potere in Sudan. 

Il Consiglio Militare di Transizione, a cui i protagonisti delle rivolte si erano fin da subito opposti chiedendo l’allontanamento di alcune figure-chiave del vecchio regime subito riciclatesi in nuovi ruoli, sembrava inizialmente aver raggiunto un punto di accordo con i manifestanti. Alla base del patto con i cittadini la visione comune per cui il Sudan, che dalla sua indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1956 non ha conosciuto altro che regimi autoritari, non fosse ancora pronto per andare a libere elezioni e per questo motivo veniva concordato un periodo di transizione che avrebbe portato il Paese ad eleggere i propri rappresentanti solo nel 2021, affidando temporaneamente il potere al CMT. 

Il 3 giugno i militari stracciano l’accordo scatenando la repressione contro i manifestanti radunatisi nella capitale Khartoum per un sit in pacifico. Nei giorni subito successivi il risultato del massacro è sotto gli occhi di tutti: 40 cadaveri vengono estratti dal Nilo, ma il bilancio totale delle vittime è di oltre un centinaio di persone. A perdere la vita, in questa occasione, sarà anche Mohamed Mattar.

Il cambio di rotta della giunta militare viene esplicitato il 10 giugno in diretta TV: è il generale Abdel Fattah al Burhan, a capo del CMT, ad annunciare di aver interrotto il dialogo con la piazza, promettendo nuove elezioni entro nove mesi e la nomina di un Governo ad interim composto esclusivamente da militari. La risposta dei manifestanti non si fa attendere e, mentre alcuni membri dell’opposizione colpevoli di aver cercato di mediare un nuovo accordo con il presidente etiope Abiy Ahmed vengono arrestati, annunciano una nuova ondata di proteste e uno sciopero generale. 

Le reazioni della comunità internazionale, in parte responsabile della longevità del regime di al-Bashir, sono le più disparate. Il 6 giugno l’Unione Africana ha sospeso il Sudan, mentre alcuni Paesi europei tra cui l’Italia hanno emesso un comunicato congiunto per condannare gli attacchi delle forze dell’ordine ai manifestanti. Stati Uniti e Qatar hanno auspicato la ripresa dei negoziati, mentre una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite veniva bloccata dal veto congiunto di Russia e Cina. A sostenere apertamente il Consiglio Militare di Transizione i regimi di Egitto e Arabia Saudita, che insieme agli Emirati Arabi Uniti fanno fronte comune in Yemen. Proprio la crisi yemenita è un punto-chiave per comprendere il sostegno di questi Paesi al CMT: non solo il Sudan, fin dai tempi di al-Bashir, è impegnato con oltre 14.000 militari, ma lo stesso generale al Burhan è in stretti rapporti con i sauditi, avendo prestato servizio come attaché militare all’ambasciata sudanese presso Riad. 

Il Sudan, Paese in cui la connessione ad internet è stata staccata nel momento in cui al-Bashir è stato arrestato dai militari del CMT, sta vivendo le più imponenti rivolte dai tempi delle primavere arabe, con la certezza che anche grazie alla mobilitazione dal basso gli occhi del mondo sono puntati su di sé.